Visualizzazione post con etichetta Review. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Review. Mostra tutti i post

venerdì 2 dicembre 2011

Wipers- Is This Real?






Greg Sage, ragazzo di Portland, Oregon, figlio di un fonico professionista, passa ore ed ore chiuso nella sala di registrazione e si diverte a fare compilations per gli amici. Un modo strano di divertirsi, forse. Ma negli inverni freschi e piovosi di Portland non c'è di meglio da fare. Il passatempo diventa passione, Greg nel 1977 decide di formare  i Wipers, concepiti inizialmente, non come vero e proprio gruppo, ma come recording project incentrato sulla figura di Sage, centrale, in ogni caso, per tutta la durata del progetto Wipers: Sage è l'unico componente fisso fino al 1999, il fulcro focale della band, nata a sua immagine e somiglianza. Per incidere il primo singolo "Better of Dead" (1979) sull'etichetta auto-finanziata Trap records Sage si fa ad accompagnare dal batterista Sam Henry e dal bassista Doug Koupal, trio stabile fino al 1981. Sempre nel 1979 esce il disco d'esordio, "Is this Real ?" sulla Park Avenue Records, niente sarà più lo stesso. Non in termini di popolarità o successo, Sage resta il nerd di prima, ma  la scena underground statunitense subisce una svolta all'istante, in quel 1979 americano, dominato dalla scena punk e hardcore poi, si accende la fiamma di rabbia adolescenziale, che per anni bruciava in disparte, in un angolo, senza manie di grandezza. La riservatezza è voluta, nelle intenzioni iniziali non ci dovevano essere tour o qualsivoglia evento promozionale, Sage aveva previsto di produrre 15 album in 10 anni. Con il senno di poi, non fu esattamente così, i Wipers non furono così prolifici, ma una cosa è certa, l'anima indipendente dei Wipers è inscalfibile. Sage e compagni avrebbero potuto cedere alla prima major di turno e finire sotto i riflettori dell'alternative rock, ottenere la meritata visibilità, ma una simile strategia discografica non era nei piani di Sage. Già parlare di piani, strategie e piani è lontano dalla natura naif e DIY(do it yourself) di Sage. In "Is This Real ?" emerge la voglia di esprimere se stessi in musica, ogni brano ritrae senza filtri lo stato d'animo di Sage, e nell'umore del leader dei Wipers, se sei un adolescente, quasi sicuramente, riesci a rispecchiartici. Un sottile velo di disperazione, misto a un'insana confusione dei ruoli e l'esplosione dell' ira ribelle vengono affrescati a mano libera nel disco di debutto dei Wipers. La voce lacerante di Sage colpisce al primo ascolto, in un baleno scorrono le undici tracce, uno sfogo a voce alta, che si distacca però dagli stilemi classici dell' hardcore americano. Sage preferisce strutture compositiva dilatate, le trame di chitarra sono aggressive e contemplative quando necessario e si uniscono alla perfezione con le linee di basso. Tutto ciò avviene con semplicità e non calanche. La realtà è mostrata nella sua crudezza, ma gli stralci veristi sono intervallati da pause cerebrali. Un modus operandi che raggiunge l'apice con l'album successivo "Youth of america", la narrazione in note del lato nascosto della gioventù americana: il malessere che si preferisce far finta di non vedere. Molti gruppi hanno imparato la lezione dei Wipers, in particolare Cobain, leader dei Nirvana sembra essersi follemente ispirato alla timbrica di Sage. Non mancano i dischi tributi ai Wipers, il più significativo è quello uscito nel 1993 sulla Kerr Records "Fourteen songs for Greg Sage and The Wipers", due cover lasciano il segno, "Return of the rat", rifatta dai Nirvana e "Pushing the extreme" riproposta da Thurston Moore. Un gruppo da riscoprire, soprattutto se siete fan dei Nirvana e non vi siete mai chiesti di chi fosse "D-7".




mercoledì 16 novembre 2011

R.E.M. - Up



"Up" (1998), primo album senza il batterista Bill Berry, da poco dimissionario, è il disco che non ti aspetti dai R.E.M.. Dal tocco elettronico, atipico ed intimista. Lontano anni luce dalle prove precedenti della band. Dopo Monster e New Adventures in Hi-fi, dalla forte impronta rock, i R.E.M. senza un batterista fisso (le poche parti di batteria sono suonate da turnisti di eccezione, Barrett Martin, Joey Waronker) registrano tra Seattle e Athens quattordici brani tra ambient ed art pop. Si apre un nuovo capitolo della storia dei R.E.M., sono passati dieci anni dall'abbandono dall'etichetta indie I.R.S. e solo qualche anno dai fasti dei primi anni novanta (Automatic for the people su tutti), il gruppo si ritrova senza Berry a tracciare nuove strade sonore. Non è mai facile reinventarsi, tanto meno per una band dalla carriera ventennale. Difficile ripetere i capolavori dei tempi che furono, e che per definizione non saranno mai più. "Up" è un tentativo, riuscito solo a tratti, di opera pop tardo-contemporanea. Riporta in note le impressioni a caldo del fluire quotidiano, tra aeroporti e uffici. Nel brano di apertura "Airportman", breve frammento di suoni post-industriali, si percepisce il respiro dell'uomo di affari, che passe ore, giorni in aeroporto. "Daysleeeper", ballata acustica, ne raffigura i pensieri e i sogni sul sorgere del primo bagliore mattutino. Ne consegue un perfetto ritratto della società liquida descritta dal sociologo polacco Bauman : la mancanza di certezze, punti fermi e la continua ricerca di un'identità. I R.E.M.  stessi sono alla ricerca di un profilo artistico perduto, brani ibridi come "Lotus" e  "Hope", sono frutto di un'instabilità di fondo. Il profondo senso di smarrimento, catturato dai battiti elettronici altalenanti e sincopati, emerge nell'ampio flusso di immagini, fotografato dalle liriche di Stipe: il professore insicuro e triste ("Sad Professor"), l'apologo, pronto a scusarsi per ciò che è stato "I wanted to apologize for / Everything I was"("The apologist"), il protagonista di "Suspicion", incapace di intraprendere la benché minima relazione sociale. L'animo umano dei protagonisti descritti in Up e della band stessa cela ombre (Hope, Diminished, Parakeet) e luci ("At my most beautiful ", "Why not smile", "Walk unafraid"). Il merito dei R.E.M. è di mostrarle, senza nascondersi dietro a futili illusioni. Cadere per risalire.





Prossimamente su The Wave Lenght

lunedì 14 novembre 2011

R.E.M. - New Adventures in Hi-fi



"New Adventures in Hi-fi" (1996), decimo album dei R.E.M., è un diario di viaggio. Contiene avventure di varia natura, racconti di eccessi, delusioni. Le storie raccontate in note e musica librano nell'aria, nei vari soundcheck in giro per gli Stati Uniti (Athens, Seattle, Los Angeles). Il movimento, il continuo cambiamento è percepibile su disco, qualsiasi luogo sia destinato all'ascolto dell'album si trasforma in macchina del tempo. Non ha importanza dove vi troviate, qualunque coordinata spazio-temporale perde di significato, di fronte a un'opera così fortemente coinvolgente. Appena parte il primo brano, il mondo sembra fermarsi, è solo illusione, una delle tante, narrate dalla voce Stipe, tra ballate malinconiche e brani dal tiro potente, ricordanti a tratti lo stile del precedente "Monster". Il cantato di Stipe ritorna in primo piano, la narrazione è in prima persona e permette all' ascoltatore di identificarsi con i vari protagonisti dei brani: il lebbroso, invitato in una trasmissione televisione e dimenticato in un angolo ("New test Leper"), la rockstar glam  persa nei  vecchi sogni di gloria ("The Wake up- bomb"), Binky, lo zerbino, personaggio ispirato al film "Shakes the Clown" ("Binky the Doormat"). Il concetto fondante dell'album è il viaggio come fuga dalle illusioni e crisi emotive, tale idea è particolarmente evidente in "Leave", "Departure", "So fast, so numb", "Low Desert", ma  questa incertezza di fondo permea tutto il disco. How the west was won and where it got us incarna le false speranze della civilizzazione occidentale, Undertow descrive la disperazione più bieca, E-bow the letter raccoglie un ipotetico flusso epistolario tra due persone, nel brano la voce del destinatario è impersonata dalla poetessa del rock Patti Smith, Bittersweet me e Be mine parlano del nobile del sentimento dell'amore  da due prospettive diverse: la prima fotografa la fine di una passione , la seconda l'assurdità di un innamoramento folle. Ogni emozione è un dubbio, che vaga a suon di note tra deserti sperduti e le luci di Hollywood ("Electrolite"). Un affresco della vita americana post-moderna involontario, ma perfetto nella sua ingenuità. Da riascoltare.




Prossimamente su The Wave Lenght

sabato 12 novembre 2011

R.E.M. - Monster





Con “Automatic for the People” (1992)  i  R.E.M.  raggiungono la maturità. E si sa, quando  con un disco si raggiunge l’apice della creatività  diventa ancora più duro rientrare in studio di registrazione. I R.E.M. non fanno eccezione. Nel periodo post-Automatic Michael Stipe soffre del blocco dello scrittore, il destino incombe infausto sul gruppo: il 31 Ottobre 1993 muore  l’attore River Phoenix (“Belli e Dannati”, “Stand by me”),  carissimo amico di Stipe. A fatica il gruppo incomincia a lavorare ed un nuovo lutto colpisce la band, muore Kurt Cobain (Nirvana) e come se non bastasse per un brevissimo periodo Mike Mills finisce in ospedale. ”Monster” non nasce certo sotto i migliori auspici. Il risultato è un disco fosco, caratterizzato dall’ombra incombente di ossessioni, squilibri, relazioni sentimentali  dalla logica perversa. Le atmosfere criptiche descritte nei testi trovano forma nella musica, in un rock acido, veste nuova per il gruppo. I R.E.M. realizzano il tanto annunciato disco rock, arriva inaspettato sulla scia della moda grunge, ma non è una pallida imitazione di stilemi abusati o stantii, Stipe e compagni non fanno l’occhiolino interessato a certe sonorità, anche se ne sono evidentemente influenzati: non a caso,Thurstoon Moore, leader dei Sonic Youth, partecipa come seconda chitarra in Crush with eyeliner. Per la prima volta nella discografia della band la voce di Stipe passa in secondo piano per lasciare spazio alla chitarra di Buck. A tratti il cantato di Stipe è quasi irriconoscibile, robotico in King of Comedy, in falsetto in Tongue.Le parole sono sovrastate da riverberi sonori, dopo anni Buck si è finalmente deciso a rispolverare l’amplificatore. L’ora suprema è giunta,  il suono di insieme è poco curato, rozzo e asciutto (Crush with eyeliner, Took your name, Circus Envy, King of Comedy), quasi un disco hard rock, chi se lo sarebbe mai aspettato dai R.E.M. Questa nuovo approccio della band  destabilizza i detrattori e sorprende in positivo ed in negativo i fan della prima ora, delude chi si aspettava un nuovo Automatic for the people, incontra i pareri favorevoli di chi desiderava da tempo ascoltare i R.E.M.  in chiave rock. Ma il passato non si scorda facilmente, non si cancellano quattordici anni di carriera in un minuto, ed ecco che compaiono  canzoni in perfetto stile R.E.M. :Strange Currencies, I don’t sleep, I dream. In  conclusione del disco non manca poi una dedica all’amico Cobain, Let me in, un brano struggente, che unisce musica e testo: il muro del suono riproduce metaforicamente quella barriera fisico-mentale in cui si è rinchiuso Cobain. Stipe ha cercato di entrare nell’universo del cantante dei Nirvana, ma non ci è riuscito, Let me in testimonia questo fallimento. Infine una citazione speciale per You, ultimo brano e perfetta sintesi dei nuovi R.E.M., in bilico tra l’armonia vocale di Stipe, unica nella storia del rock, e il forte ridimensionamento del ruolo delle chitarre.

Streaming





Prossimamente su The  Wave Lenght

martedì 1 novembre 2011

French touch: Air- Moon Safari

Piccola premessa: mi scuso con i lettori per l'eliminazione del post su "Moon safari" (causa violazione di copyright). Per fortuna l'avevo salvato nel mio pc e lo riposto per chi se lo fosse perso.








Artista : Air
Titolo : Moon Safari
Genere :Downtempo, Ambient Pop, French pop
Anno :1998

Nel 1998 due generi musicali  bisastrati come l'elettronica e il pop ritrovano il massimo splendore grazie a due musicisti francesi, Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, meglio conosciuti con l'acronimo AIR (Amour, Imagination, Rêve), in ricordo del grande architetto svizzero Le Corbusier, omaggiato con il singolo d'esordio "Modulor Mix" (1995).



La passione del duo per Le Corbusier è presto spiegata, Nicolas Godin è laureato in architettura e profondo ammiratore delle opere urbanistiche di Le Corbusier. La perfezione spaziale incontra poi il razionalismo dei numeri: sulla via di Godin capita, quasi per caso, Jean-Benoît Dunckel, professore di matematica, ex-studente di musica classica al Conservatorio di Parigi e musicista nella band indie-pop Orange nel tempo libero.Il dj Alex Gopher, membro degli Orange, introduce Godin nella line-up del gruppo, poco dopo Gopher abbandona il progetto, Godin e Dunckel continuano e nel 1995 diventano gli AIR.Tra il 1995 e il 1997 escono i primi singoli, "Modulor Mix", "Casanova 70", "Le Soleil est près de moi" e nel 1998 viene pubblicato l'album di debutto "Moon Safari", disco destinato a cambiare il futuro della musica.Le terribili tastierine pop anni ottanta sono solo un brutto ricordo, Godin e Dunckel ritornano al vecchio e caro suono analogico, niente campionamenti, solo l'immenso piacere di suonare e catturare l'armonia dell'attimo.Nel disco coesistono anime diverse, la sinteticità emozionale dei Kraftwerk, l'attitudine classicista negli arrangiamenti, il gusto per le melodie pop, riunite però sotto un minimo comune denominatore l'istantaneità, che non ha niente cui spartire la spontaneità.Le atmosfere sonore percorse dagli AIR sono frutto della ricerca e della sperimentazione, prive di una qualsivoglia superficialità.Godin e Dunckel fotografano l'istante immaginario, il punto ideale del piacere, ne vengono assorti  e catturati dimenticando luogo e tempo come piccoli pesci in un acquario. "Quando sei nel liquido amniotico non hai nessuna consapevolezza del tempo, nè di dove sei.È così quando componiamo in studio" ha affermato lo stesso Dunckel.Gli echi sulfurei di vocoder, le vibrazioni radiose del Moog e Wurlitzer si elevano come nebbia nell'aria, ad sublimare eleganti armonie da mille una notte, un sogno, tra le stelle e la luna, accende il fuoco ardente della scoperta per un mondo nuovo, che ci era sfuggito, anche se era sotto i nostri occhi, come la bellezza della Luna che ogni sera  sorge in cielo.

mercoledì 19 ottobre 2011

Non si esce vivi dagli anni novanta: Hazel- Toreador of love

"Toreador of love"(1993), debutto degli Hazel ( gruppo minore del rooster Sub pop anni novanta), è uno di quei dischi che non ti ricordi minimamente di avere, per mesi nelle migliori delle ipotesi o per anni nelle peggiori, è rimasto sepolto da decine, centinaia di copertine. Poi, per caso, alla ricerca di Bleach o Doolittle te lo ritrovi tra le mani. Ed allora al diavolo alla polvere e il tempo, ti viene voglia di riascoltarlo e riassaporare, goccia, goccia, quel dannato suono anni novanta. Perché è bene dirlo "Toreador of love" è maledettamente anni novanta, un incrocio pazzoide e senza senso di Pixies, Dinosaur Jr., Fugazi e L7 sotto l'effetto di calmanti. In alcuni passaggi viene quasi da chiedersi se si tratti di un disco dei Pixies senza Frank Black e Kim Deal, rapiti da due musicisti bricconcelli di Portland in compagnia di un ballerino freak. Fin dalla copertina si sente quell'odore unico dei nineties. Aperta la custodia riaffiorano ricordi di quanto erano belli quegli anni o per i più giovani rimpianti senza fine per essere nati troppo tardi, a rivoluzione finita, con "Pretty fly" degli Offspring. Diamine, la bieca commercializzazione della musica ci ha reso sordi di stimoli. Dischi come "Toreador of love" rimembrano alle orecchie le giornate gloriose della musica indipendente e di quella inesperienza, banale, ma genuina.



Breve biografia degli Hazel:
Gli Hazel, nati nel 1991, vengono dalla florida scena di Portland (vedi Heatmiser di Elliott Smith). La line-up prevede Pete Krebs alla chitarra e voce, Brady Smith al basso e Judy Bleyle al batteria e voce. La band è quasi sempre in compagnia di uno strambo ballerino, mascot del gruppo, Fred Nemo. Il gruppo firma con la prestigiosa label indipendente di Seattle (patria del Grunge), la Sub pop. Nel 1993 esce l'album di debutto, "Toreador of love", che riscuote un buon successo, in virtù della pregevole combinazione vocale tra il chitarrista Krebs e la batterista Bleyle. Nel 1995 segue "Are you going to eat that ?". Gli equilibri sono ormai incrinati, Krebs propende per una carriera solista e Bleyle è sempre più impegnata con il side-project Team Dresch e  l'etichetta Candy-Ass. Il gruppo  ben presto si scioglie e Krebs pubblica tra il 1995 e il 2002 album all'insegna della miglior tradizione cantautorale americana e trova il tempo di collaborare con l'amico di vecchia data Elliott Smith.

Highlight:


Links:


venerdì 30 settembre 2011

R.E.M. - Green


Nel 1988 gli R.E.M. firmano con la Warner.Poteva essere la fine di un sogno, ed invece fu l’inizio di una nuova epoca. Il gruppo prosegue per la sua strada, continua la collaborazione con il produttore Scott Litt, già su“Document”.Il risultato è “Green”, album in pieno stile R.E.M. , in bilico tra passato e presente. Da un lato emerge l’anima pop scanzonata del gruppo, dall’altro la vena intimista ed impegnata. Su questa doppia natura dei brani Stipe ci scherza, nella canzone d’apertura, “Pop Song 89”, canta ironicamente “Should we talk about the weather? Should we talk about the government? / Parliamo del tempo? Parliamo del governo”?”. Parlerà di entrambi, in “Get Up” e “Stand” i R.E.M. ricalcano lo stile della canzone pop eccellenza: testi solari e melodie orecchiabili.”Get Up” è il primo e forse l’ultimo brano del gruppo, il cui testo sia estremamente comprensibile, fin da primi versi è estremamente chiaro quale sia il significato della canzone:un inno alla vita. Non manca però l’inevitabile gioco di parole , nel ritornello la voce principale canta “Dreams they complicate my life”( i sogni mi complicano la vita”) e la seconda voce contrapposizione risponde “Dreams they complement my life”( i sogni completano la vita).”Stand” è una divertente e riuscita presa in giro delle bubblegum pop songs anni sessanta. E l’idea è così geniale che anche Weird Al Yankovic nel 1989 scrive “Spam”(“ Uhf”), una parodia della parodia. Ma Green non è un album esclusivamente pop, alla leggerezza velata di ironia di canzoni come “Stand” e “Get Up” si contrappone il minimalismo acustico di ballate malinconiche e sofferte(”You Are The Everything”, “Hairshirt”,“The Wrong Child”).Il nuovo approccio non impedisce di guardare al passato recente: “Document”.Non mancano quindi le rock songs, “Orange Crush” (brano contro l’imperialismo americano), ”Turn You Inside Out” (analisi del rapporto tra performer e pubblico), ”I Remember California” sembrano confermarcelo.L’idea iniziale era infatti di dividere l’album in due parti: una elettrica e una acustica. Poi non se n’è fatto più niente e gli R.E.M. hanno preferito un album variegato, ma senza di divisioni di sorta. Piccoli dettagli arricchiscono questo piccolo gioiellino pop/ rock: nel booklet dell’artwork compare per la prima volta le parole di una canzone “World Leader Pretend” e alla fine della tracklist tradizionale, scritta nel retro della copertina, appare una traccia fantasma, senza titolo, nota come “Untitled”.


Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


Streaming


giovedì 29 settembre 2011

R.E.M. - Fables of the Reconstruction


Parlare di “Fables of the reconstruction” (1985, I.R.S.) in termini esclusivamente musicali sarebbe sbagliato. Il terzo album degli R.E.M. è una raccolta di storie. Stipe con i compagni a Londra per registrare l’album è un poeta in terra straniera, ricorda la sua Athens, e lo fa nel suo stile, narrando le favole del Sud. Un tentativo di ricostruire tramite parole, a volte solo sussurrate, ricordi e luoghi. Ricercare se stessi e le proprie origine non è opera facile, gli R.E.M. dimostrano debolezze e fragilità in studio di registrazione, incapaci di trovare un accordo comune sulla via da intraprendere, sono quasi sul punto di sciogliersi, ma alla fine, riescono a catturare le  proprie paure ed ansie, trovando la giusta alchimia con il nuovo produttore Joe Boyd (Nick Drake, Fairport Convetion), che sostituisce la storica coppia Mitch Easter- Don Dixon (Murmur, Reckoning). Su disco si riflette alla perfezione lo stato d’animo cupo e discordante del gruppo, potrebbe essere un difetto in teoria, in pratica non lo è, dopo i primi ascolti si entra appieno nell’ottica dark del disco. Il gruppo abbandona le melodie ed efficaci dei lavori precedenti per sperimentare nuove vie fino ad allora inedite : l’uso solenne di fiati ed archi combinato argutamente con quello dissonante della chitarra di Peter Buck.”Feeling Gravitys Pull” è la chiave del viaggio immaginifico, di cui non importa tanto capire ogni singolo passaggio, quanto lasciarsi  trasportare dalla immaginazione, simboleggiata dalla “forza di gravità”(“Step up, step up, step up the sky is open-armed, When the light is mine, I felt gravity pull / Sali, Sali, Sali il cielo aspetta a braccia aperte, Quando la luce diventa mia,ho sentito la forza di gravità).In “Maps and Legends”, dedicata all’artista Howard Finster (noto per le copertine di “Reckoning” e “Little Creatures”), Stipe si diverte a giocare con il luogo comune dell’artista incompreso, parla di Finster ed in fondo allude al proprio ruolo di paroliere ermetico (“On his own where he’d rather be.Where he ought to be, he  sees what you can’t see, can’t you see that? / Sta da solo, dove vorrebbe essere. Dove dovrebbe essere, vede ciò che tu non riesci a vedere, non riesci a capirlo? “).Comincia poi il lungo cammino  tra le vie immense del Sud degli Stati Uniti, tra i tratti ferroviari  sconfinati (Driver 8), comete lucenti, metafore di amori non corrisposti (Kohoutek) e bizzarri personaggi tra la realtà e l’immaginazione di Stipe : lo strano Mr.Mekis (“Life and how to live it”),  il vecchio Kensey, artista pazzo come Finster e Stipe (“Old man Kensey”)e Wendell Gee, venditore di auto usate di Pendergrass.Non mancano una serie di “saggi” consigli(“Good advices”), le prime critiche allo scenario politico americano (“Green grow the rushes”) e un attimo di spensieratezza (“Can get there from here”).

Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


Streaming

martedì 27 settembre 2011

R.E.M. - Reckoning



“Reckoning” (1984, I.R.S.)  immortala lo stato di grazia dei R.E.M., ne fotografa la  dirompente voglia di suonare. L’album, prodotto dalla coppia Mitch Easter / Don Dixon e registrato  in due settimane negli studi Reflection di Charlotte (North Carolina), suona fresco e convincente. Dopo il debutto illuminante, ma a tratti ancora acerbo, il gruppo elabora un suo stile personale, che diventerà nel corso degli anni inconfondibile e costituirà il marchio di fabbrica su cui poi investirà senza remore la major discografica Warner. La band non si dirige verso nuove vie, preferendo affermare con determinazione gli stilemi comparsi in Murmur, ed ecco che ricompaiono i testi non-sense di Stipe (cut-up geniali di frasi estrapolate dal contesto), l’armonioso impasto vocale tra voce principale e controcanti e l’immancabile tocco di chitarra di Buck.Ne esce un disco di transizione, non concepito come tale: si intravedono i primi segnali di maturità, il suono di insieme è più compatto  e solido, la intesa tra Stipe e Mills diventa perfetta in ogni singolo passaggio. Con ingenuità e spontaneità i R.E.M. realizzano  l’anello mancante tra l’ep “Chronic Town” e “Murmur” .“Harborcoat”, canzone di apertura, tiratissima e dirompente, ci guida tra i flussi di pensiero e  impulsi visivi di Stipe, sempre aperti alla libera interpretazione. Se non riuscite a capire cosa diamine significhi “Harborcoat”, non siete i soli, “Harborcoat” è un neologismo coniato da Stipe, nato dall’unione di  due parole: “harbour” (porto) e “coat”(cappotto). Diverse frasi e parti di testi sfuggono a una traduzione razionale, con i R.E.M., non c’è nulla da fare, bisogna lasciarsi trascinare dall’immaginazione ispirata dalle trame sonori e dalle tonalità profonde della voce di Stipe.”Seven cinese brothers”, ispirata alla favola dei Cinque fratelli cinesi di Claire Huchet Bishop e Kurt Wiese, è un abile gioco di parole, che si trasforma poi in una dedica  a Carol Levy, fotografa amica della band, morta in un incidente automobilistico (“Seven thousand years to sleep away the pain.She will return, she will return. / Dormire settemila anni per scacciare  il dolore. Lei ritornerà, lei ritornerà”).Il ricordo dell’amica vive in altri due brani “So.central rain “ e “Camera”  : in “So.central rain” Stipe descrive uno scenario tragico, un alluvione interrompe i collegamenti telefonici, in questo contesto si inserisce l’urlo di dolore “I’m sorry” rivolto all’amica morta con i suo sogni (“ the city on the river there is a girl without a dream / la città sul fiume , c’è una ragazza senza un sogno”), in “Camera” Stipe è ancora più esplicito, già dal titolo, allude a Carol Levy, facendo riferimento alla sua passione, la fotografia( “If I’m to be your camera, then who will be your face?/ se deve essere la tua macchina fotografica, chi sostituirà il tuo volto). Se si esclude “(Don’t go back to) Rockville “, dedica alla studentessa universitaria di Athens, Ingrid Shorr , scritta da Mike Mills, le altre canzoni non presentano una narrazione descrittiva, ma  si basano su giochi di assonanza tra parole e musica ( “Second Guessing”, “Letter never sent “ ,”Little America, “Pretty Persuasion”, “Time after Time”).La capacità di divertirsi con le parole come se fossero strumenti da suonare è la magia racchiusa in  questo album. Da riscoprire.



Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988

Streaming


giovedì 1 settembre 2011

Tokyo Police Club - A Lesson In Crime





Artista : Tokyo Police Club
Titolo : A Lesson  In Crime
Genere : Indie Rock
Anno : 2006
Tracklist :
1.Cheer It On
2.Nature Of The Experiment
3.Citizens Of Tomorrow
4.Shoulders & Arms
5.If It Works
6.Be Good
7.La Ferrassie




Ogni tanto ci vuole un post amarcord."A Lesson in Crime", ep di debutto dei Tokyo Police Club, quartetto indie dell'Ontario, mi fa ritornare indietro negli anni, al 2007, se non ricordo male, quando per la prima volta vidi la clip di "Nature Of The Experiment" su MTV Our Noise. Fu amore a prima vista, pochi giorni e cominciai ad ascoltare a palla le canzoni contenute nell'ep, non molte a dir la verità, come si confà alla natura di un ep.
Pochi brani e brevi, ma di qualità eccelsa, come non si sentivano da tempo nella tanto autoreferenziale scena indie. I TPC, Dave Monks (voce, basso), Graham Wright (tastiere, voce), Josh Hook (chitarra, percussioni) e Greg Alsop ( batteria, percussioni), sarà per la giovane età, sarà per la voglia di oltrepassare i confini canadesi, sono riusciti a colpire nel segno con una ventata di freschezza e genuinità. Niente di troppo complesso o superprodotto, semplicità, pochi mezzi e una piccola label locale, la Paperbag Records, su cui incidere e appoggiarsi per la promozione. Suoni e melodie, forse già sentite, ma non velate da quella fastidiosa e pedante finzione pop mainstream. Non stiamo parlando quindi di un disco originale, nè tanto meno innovativo, ma senza dubbio pochi gruppi possono vantare un esordio fulmineo e adrenalinico come "A Lesson in Crime".La sferzante e incalzante "Cheer it On", la follia non-sense di "Nature Of The Experiment", la rabbia in crescendo di "Citizens of Tomorrow", il fare sarcastico di "Be good" e la malinconia dolce- amara di "La Ferrassie" centrano il bersaglio dell'orecchiabilità pogeggiante al primo colpo.A questo ep illuminato sono poi seguiti due album, "Elephant Shell" (2008) e "Champ"(2010), spiace dirlo, privi di verve.








lunedì 29 agosto 2011

The Undertones - The Undertones

Artista : The Undertones
Titolo : The Undertones (seconda versione, ottobre 1979)
Genere : Punk
Anno: 1979

Gli Undertones sono fra gli esponenti di punta del punk nord irlandese insieme a Stiff Little Fingers, si differenziano da quest'ultimi per l'irrefrenabile propensione a melodie pop scacciapensieri. Nati nel 1975, sono ancora in attività con una line up leggermente diversa: lo storico cantante dell band, Feargal Sharkey, contrario alla reunion (avvenuta nel 1999), è stato sostituito da Paul McLoone. Tutto cominciò, come spesso accade, grazie alla voglia divertirsi di cinque amici, Feargal Sharkey, due fratelli chitarristi John e  Damian O'Neill, Michael Bradley e Billy Doherty.Inizialmente influenzati da Beatles, Small Faces, Lindsfarne e dediti per lo più a covers, con l'avvento del punk, e soprattutto dei Sex Pistols, fonte di folgorazione per molte band di quell'epoca, il gruppo cambia registro e si dedica esclusivamente a comporre e suonare brani graffianti e concisi, venati da un immancabile tocco pop. Una dura gavetta tra locali minori, scuole, sale parrocchiali e feste scout, rafforza e fortifica il gruppo e lo rende pronto per il fatidico primo passo discografico.
Nel Marzo 1978 la band registra una cassetta demo alla Magee University di Derry e ne spedisce diverse copie a numerose case discografiche con scarsi risultati.La band non demorde e tenta la fortuna, facendo un ultimo tentativo: richiede a John Peel, dj della BBC Radio 1 di mandare in onda il disco durante il suo programma. Il vento soffia dalla parte degli Undertones ed il fato vuole che Peel venga catturato dal demo speditogli dal gruppo. La strada è ormai tutta  in discesa, nel Giugno 1978 la band registra il primo ep "Teenage Kicks" pubblicato sulla Good Vibrations, etichetta dell' amico Terry Hooley, proprietario di un negozio di dischi a Belfast. Nel Settembre 1978 il contratto con la Sire Records è la ciliegina sulla torta, gli Undertones sono pronti per il primo album. "The Undertones", registrato nel Gennaio 1979 agli Eden Studios ad Acton,Londra e prodotto da Roger Bachirian, vede la luce nella prima versione   (Maggio 1979) e nella seconda versione (Ottobre 1979) con l'aggiunta dei singoli Teenage Kicks, Get over You, Jimmy Jimmy, Here Comes The Summer.
Ne esce fuori un ottimo cocktail fresco e rinfrescante di power pop con ricorrenti sferzate punk. Fin dal primo istante le melodie pop si fissano in mente ed è facile ritrovarsi a canticchiare da soli come pazzi a lavoro o a scuola brani come Here Comes The Summer, Jump Boys, True Confessions, I Gotta Get. Qualsiasi canzone contiene un ritornello killer, siamo difronte a  sedici potenziali singoli.Accosterei, azzardando un paragone, l'infallibile feeling degli Undertones con le melodie a quello dei Beach Boys, seppur con le dovute proporzioni. Adoloscenza e  ragazze imperversano nei testi degli Undertones come in quelli dei Beach Boys, peccato che i ragazzi della spiaggia non abbiano conosciuto la potenza e l'irruenza punk. Niente di male, ci pensano gli Undertones, perfetto anello di congiunzione tra l'armonia pop e le schitarrate punk.









sabato 27 agosto 2011

The Germs -(GI)

Artista : The Germs
Titolo : (GI)
Genere : Hardcore-punk
Anno: 1979
Un fiammifero si accende, brucia e si spegne subito.I Germs, gruppo hardcore punk losangelino '77, durano il tempo di un fiamma, tre anni, dal 1977 al 1980.Pubblicano qualche singolo ed un album "Gi" (Slash,1979), prodotto da Joan Jett delle Runaways.
Il gruppo, capitanato dal cantante Darby Crash ( vero nome Paul Beahm) , è formato da Pat Smear ( George Ruthenberg) alla chitarra, Lorna Doom al basso e Belinda Carslisle alla batteria (sostituita in seguito da Donna Rhia, Cliff Hanger, Dan Bonebrake, Nicky Beat e Don Bolles). Tutti i componenti non brillano per bravura tecnica, suonano in modo scarso e  sguaiato senza prestare  particolari attenzioni all'aspetto compositivo. Anche i Ramones non andavano oltre i tre accordi, ma in loro non emergeva quell'impulso quasi bestiale e distruttivo.Dentro Carsh arde il fuoco della disperazione, dell'esasperazione e dell'autolesionismo.Le canzoni raccolte nell'unico album dei Germs, "GI", sono brevi (eccezion fatta per i dieci minuti di Shut down), selvagge, aggressive, raffigurano spaccati di rabbia vissuta, scattano nella mente fotografie del declino interiore ed esteriore del non volersi lasciare vivere, di chi nonostante si trovi nelle latrina della società da sempre, tra droga e alcol, vuole sfogare il proprio disappunto.Persone e cose cambiano, la bruttezza dell'essere non svanisce, solo la bellezza si deteriora, i sentimenti, sbiaditi si riflettono allo specchio.Contro il muro di se stessi flussi di ira nichilista si infrangono e sanguinano.
Il dolore si propaga, subentra la negazione del proprio io, come affermazione del proprio dissenso, la propria insofferenza per lo schifo circostante "letamoso" e vomitevole.In questa marea soffocante di disillusione nascono brani come We Must Bleed, rigurgito di visioni sconfortanti e sconfacevoli "The sound...the metals driving us mad...We must bleed, we must bleed, we must bleed".Il futuro è scritto, la sola arma per combattere una guerra persa in partenza, è gridare fino allo sfinimento, scaraventarsi follemente su un un palco, dimenarsi e suonare come una mantra di esecuzione, il basso della Doom spara le sue cartucce senza esclusione di colpi e la batteria nevrotica di Don Bolles all'impazzata picchia sui piatti.La confusione sonora si unisce a quella visiva, il pubblico è solito lanciare sul palco gli  oggetti più vari.Ogni brano è un proiettile di dissenso nichilista lanciato in aria e destinato a colpire nel profondo il bigottismo ipocrita.Il punto nevralgico è il  crepuscolarismo devoluzionista di Manimal, "Evolution is a process, too slow to save my soul", che si snoda tra schizzi  impressionisti di storie malate e disarmanti (What we do is secret,  Land Of Treason, Lets Pretend, Strange Notes, The Slave).Domande senza risposte che sfociano nella perdita più cieca e bieca di qualsiasi lucidità razionale( Shut Down).Dopo "GI" i Germs si sciolgono e Crash si suicida a 22 anni con l'ultima dose, letale, di eroina il 7 dicembre 1980.Crash diventa negli anni a venire un mito generazionale per tutti i giovani che lottano contro se stessi.


mercoledì 24 agosto 2011

Sods - Under En Sort Sol

Artista : Sods
Titolo : Under En Sort Sol
Genere :Post-punk
Anno : 1980
Tracklist:
1.Repeature
2.Ice-Age for a While
3.Walking on Red
4.Conflict
5.Roller Ball
6.Marble Station
7.Misguided
8.Evening Song





Dopo il post sulla "Neue Deutsche Welle" continua il percorso nella scena europea post-punk / new wave. È il turno dei Sods (poi Sort Sol), una delle più importanti e longeve realtà post-punk danesi.
I Sods si formano nel 1977 a Copenhagen. La line-up originale prevede Steen Jørgensen alla voce, Peter Schneidermann (meglio conosciuto come Peter Peter) alla chitarra, Knud Odde al basso e Tomas Ortved alla batteria.Gli inizi sono nel segno del punk, dimostrazione ne è l'album di debutto "Minutes to Go", uscito nel febbraio 1979, considerato uno dei primi album punk danesi.Ma ben presto, nel giro di un anno i Sods abbandonano le origini punk per approdare verso lidi post-punk, anche se, le riviste danesi, imperterrite, continuano ad etichettarli come punk senza un motivo ben preciso."Under En Sort Sol", secondo album, rilasciato nel 1980, è il disco della svolta, l'addio alla semplicità, alla violenza sonora, emergono la voglia di sperimentare, il rifiuto della banalità, della superficialità, alla ricerca della profondità nascosta in piena vista."Repeature", il brano di apertura è il salto incosciente nel buio, nella speranza vana di incontrare la luce, "Ice Age for A While", come da titolo, saluta la discesa negli inferi plumbei della glaciazione, ma solo per un po'."Walking on red" riscalda i nostri corpi raffredoliti, ci fa muovere con i suoi ritmi ossessivi, quasi instancabili e si fa alba e la chitarra non smette di suonare. "Conflict", che ricorda tanto i primi Simple minds, è un uragano travolgente ed avvolgente, che porta via tutto, anche l'ultima speranza."Roller ball", il soffio del vento si fa forte, è impossibile rimanere fermi, rotolati, trasportati da ritmi singhiozzanti, angoscianti.Fatica per fatica, non può piovere per sempre, dagli scenari foschi e dalle atmosfere nebbiose, in cima alla montagna, sul pendio della cascata, compare l'arcobaleno, mille colori per raggiungere la bellezza di "Marble Station", a tutti gli effetti un brano ai livelli dei migliori anthem post-punk britannici.E dopo questo raro bagliore di splendore con "Disguided", "Evening Song"  ritorniamo a galleggiare nelle tenebre, esplorando la foresta impervia di sentimenti contrastanti ed aspettando in silenzio il sole nero.I Sods nel tardo 1980 cambiano nome in Sort Sol (tradotto significa giustappunto sole  nero).Il nuovo nome sottolinea ulteriormente il cambio di sonorità, che ha accompagnato il gruppo fino ai giorni nostri, tra storiche collaborazioni, come quella di Lydia Lunch in "Dagger & Guitar" e cambi di line-up, nel 1995 e poi nel 2001, due membri storici lasciano il gruppo, il chitarrista Peter Peter e il bassista Knud Odde.



Ice-age for a while





Links:
 Under en sort sol

lunedì 22 agosto 2011

Morgen - Morgen

Artista : Morgen
Titolo : Morgen
Genere :Rock psichedelico, Garage rock
Anno :1969
Tracklist:
1.Welcome to the Void
2.Of Dreams
3.Beggin' Your Pardon
4.Eternity in between
5.Purple
6.She's the Ninetime
7.Love


"Morgen", uscito su Probe Records (sussidiaria della Abc Records), è il primo album omonimo dei Morgen, band di Long Island, New York, composta da Steve Morgen (voce, chitarra), Barry Stock (chitarra ritmica), Rennie Genosa (basso), Bob Maiman (batteria).Anche se a dir la verità, dietro  musica e testi si nasconde unicamente il one-man band Steve Morgen.La copertina, raffigurante una ristampa de "L'urlo" di Munch, infittisce il mistero.Stimola la fantasia e accresce la voglia di scoprire cosa si nasconde dietro il retro di copertina.L'enigma assale la curiosità di qualsiasi divoratore di musica.L'ascolto è dettato dal desiderio insano di scoprire  il significato di quell'urlo nell'oscurità, è forse un grido per nascondere paure recondite, insidie immarcescibili o è semplicemente un' espressione di stupore e meraviglia per un evento inaspettato.Decisamente la seconda, direi quasi "un disco da urlo".Se non gridate e rimanete fermi sul divano a esercitarvi per le olimpiadi dei couch potatos qualcosa non va.Il vortice del rock'n'roll, una miscela sublime di garage malato e psichedelia lussuriosa seduce e conquista senza esclusione di colpi.La voce di Steve Morgen criptica e seducente ammalia ed incanta, i lampi di chitarra fulminano l'ultimo barlume di ragione e la sanguinea ritmica di batteria ipnotizza i sensi.L'opening track "Welcome to the void" suona come un vano avvertimento, con tono beffardo e irrisorio sembra quasi volerci dire, lasciate ogni speranza voi che entrate, benvenuti nella selva della perdizione più meschina.Tra fiori giganti, cervi volanti, ci ritroviamo nel  paese delle meraviglie a festeggiare il nostro non-compleanno insieme ad Alice ed il mago di Oz, a bere il tè (chissà cosa ci sarà dentro) confezionato dal gentilissimo, ma super folle Cappellaio matto.L'amore sboccia per ogni creatura, figlia della natura, alla faccia della frenesia della giungla urbana.Una piccola caduta all'indietro sul prato ed avviene il triste risveglio, l'estasi psichedelica era solo un sogno, dannazione, quasi quasi ci credevo.Troppo bello per essere vero, un po' come il disco dei Morgen.


Streaming






venerdì 19 agosto 2011

Texas Is The Reason- Do you know who you are ?

Artista : Texas Is The Reason
Titolo : Do you know who you are ?
Genere : Emo, Indie-rock
Anno: 1996
Tracklist:
1.Johnny on the spot
2.The magic bullet theory
3.Nickel Wound
4.There's no way I can talk to myself out of this tonite (The drinking song)
5.Something to forget
6. Do you know who you are?
7.Back and to the left
8.The Day's refrain
9.Jack with one eye

New York, 1994, Norman Arenas (direttore di fanzine, scrittore freelance e ex-chitarrista degli Shelter) e l'amico batterista Chris Daly ( ex-componente dei 108), folgorati sulla via di "Diary" (primo album capolavoro dei Sunny day real estate) decidono di lasciarsi alle spalle l'estetica e il sound hardcore ed i riferimenti religiosi (Hare Krishna) per formare un progetto indie-rock oriented con Scott Winegard (ex-bassista dei Fountainhead) e Garrett Klahn (cantante, chitarrista).Nasce così una delle band di punta della seconda ondata emo : i Texas Is The Reason. 
Il nome è preso in prestito da una frase di "Bullet" dei Misfits, il passato punk non si scorda facilmente. Nel 1995 su Revelation Records esce il primo ep omonimo, composto da tre brani.Solo un breve assaggio e scatta subito  la scintilla della passione, una piccola goccia nelle profonde acque dell' Underground riesce a provocare una violenta marea di emozioni.Rivoluziona la vita di tanti kids, ecco forse la vita proprio no, ma l'adolescenza sicuramente.Il 30 Aprile 1996 è la volta del primo album, sempre su Revelation Records, "Do you know who you are", titolo citazionista, ispirato alle  fatidiche ultime parole di John Lennon.La grande conferma e l'entrata nell'olimpo dell'emocore.Successo di pubblico e critica per un gruppo che ha saputo catturare l'attimo fuggente.Non il primo e nemmeno l'ultimo gruppo  a cimentarsi con piacevoli melodie pop/rock, ne sanno qualcosa l'ondata di band " pseudo-emo-soffro-guardatemi mentre piango", ma , signori e signore, che classe.Incantevole l'alchimia  tra la voce nasale di Klahn sofferente, toccante, la batteria mid-tempo e le chitarre morbidi come il tocco sottile di  un pennello su una tela ad olio. Frammenti di vita immortalati in qualche minuto di musica, gli accorati pensieri, i piccoli segreti di un diario andato perduto ritornano alla mente, ascoltare "Do you know who you are ?" è un po' come ritrovare un vecchio amico e passare il pomeriggio a ricordare i momenti indimenticabili trascorsi insieme. I dissapori e i sorrisi, i dolori e le sorprese inaspettate.Un disco che suona come un invito a riscoprire se stessi e a prendersi un attimo di pausa per assaporare le piccole gioie quotidiane, belle e fugaci come la storia dei Texas is the Reason.Eh sì, l'incantesimo si spezza, sembrava una favola destinata a non finire mai, ed invece dopo lo splendido disco di debutto la magia si interrompe, la tensione crescente tra i vari componenti, nonché i continui "corteggiamenti" da parte di numerose majors discografiche portano allo scioglimento del gruppo nel 1997. Le strade si dividono, Chris Daly forma i Jetzs to Brazil e Norman Arenas e Scott Winegard accompagnano Jonah Matranga(mente del progetto New End Original), Garrett entra nei New Rising Songs.Il seme dei Texas Is Reason si sparge, non rimane che continuare ad apprezzare il bel tempo che fu, godere di piccole perle inestimabili come la strumentale title track "Do you know who you are" o le sferzanti e sempre incalzanti "The Magic bullet theory" , "Something to forget", Johnny on the spot", "The Day's refrain".E al diavolo i gruppi da quattro soldi con un ciuffettino di capelli sugli occhi.


Streaming


giovedì 4 agosto 2011

Blue Cheer - Vincebus Eruptum

Artista : Blue Cheer
Titolo : Vincebus Eruptum
Genere : Acid Rock, Heavy Psych, Hard Rock, Classic Rock
Anno : 1968


Tracklist:
1.Summertimes Blues
2.Rock me Baby
3.Doctor Please
4.Out of Focus
5.Parchment Farm
6.Second Time Around

I Blue Cheer, antesignani di certo Hard Rock / Heavy Metal, nascono  nel 1966 a San Francisco, California, Stati Uniti. La line- up originale vede Dickie Peterson alla voce e basso, Leigh Stephens alla chitarra e Paul Whaley alla batteria, in seguito numerosi cambi caratterizzano la formazione fino al definitivo scioglimento nel 2009 causa morte di Dickie Peterson, unico membro costante del monicker.La carriera dei Blue Cheer inizia con il botto, in men che non si dica  la band, provvista di un'invidiabile carica esplosiva, infiamma gli animi, manda in visibilio il pubblico prima con "Summertimes Blues" (cover del classico di Eddie Cochran) e poi con l'album di debutto "Vincebus Eruptum" (1968).Buon sangue non mente, Gut, il manager della band è un selvaggio biker, ex componente degli Hell's Angels.Attenzione anche al nome, in "nomen omen", Blue Cheer nel linguaggio urbano indica infatti la striscia di LSD e la componente psichedelica nelle sonorità del gruppo è senza ombra di dubbio molto forte.Animo psichedelico impreziosito dalla rudezza rock. Un connubio nuovo, verso la fine degli anni sessanta mai nessun gruppo aveva spinto l'acceleratore come i Blue Cheeer,  suonando così forte, potente.Peterson & co sfacciatamente rompono gli schemi, oltrepassano ogni dannato limite.Mettono in piedi un muro sonoro, sporco rozzo, bastardo, ruggente, ossessivo, ipnotico, psichedelico.Un vortice fabulatorio e al tempo stesso conturbante. Scariche elettriche colpiscono i sensi per troppo tempo anestetizzati da malvagie melodie pop.Un risveglio dall'oltretomba della noia per essere più vivi di prima.L'udito, disturbato piacevolmente dalla violenza chitarristica e dalla crudezza sanguinante degli amplificatori Marshall, è andato per sempre.Se volete disturbare i vicini, questo è il disco che fa per voi.Cosa aspettate? Andate subito a comprarlo e sparate lo stereo a tutto volume.


Streaming