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mercoledì 16 novembre 2011

R.E.M. - Up



"Up" (1998), primo album senza il batterista Bill Berry, da poco dimissionario, è il disco che non ti aspetti dai R.E.M.. Dal tocco elettronico, atipico ed intimista. Lontano anni luce dalle prove precedenti della band. Dopo Monster e New Adventures in Hi-fi, dalla forte impronta rock, i R.E.M. senza un batterista fisso (le poche parti di batteria sono suonate da turnisti di eccezione, Barrett Martin, Joey Waronker) registrano tra Seattle e Athens quattordici brani tra ambient ed art pop. Si apre un nuovo capitolo della storia dei R.E.M., sono passati dieci anni dall'abbandono dall'etichetta indie I.R.S. e solo qualche anno dai fasti dei primi anni novanta (Automatic for the people su tutti), il gruppo si ritrova senza Berry a tracciare nuove strade sonore. Non è mai facile reinventarsi, tanto meno per una band dalla carriera ventennale. Difficile ripetere i capolavori dei tempi che furono, e che per definizione non saranno mai più. "Up" è un tentativo, riuscito solo a tratti, di opera pop tardo-contemporanea. Riporta in note le impressioni a caldo del fluire quotidiano, tra aeroporti e uffici. Nel brano di apertura "Airportman", breve frammento di suoni post-industriali, si percepisce il respiro dell'uomo di affari, che passe ore, giorni in aeroporto. "Daysleeeper", ballata acustica, ne raffigura i pensieri e i sogni sul sorgere del primo bagliore mattutino. Ne consegue un perfetto ritratto della società liquida descritta dal sociologo polacco Bauman : la mancanza di certezze, punti fermi e la continua ricerca di un'identità. I R.E.M.  stessi sono alla ricerca di un profilo artistico perduto, brani ibridi come "Lotus" e  "Hope", sono frutto di un'instabilità di fondo. Il profondo senso di smarrimento, catturato dai battiti elettronici altalenanti e sincopati, emerge nell'ampio flusso di immagini, fotografato dalle liriche di Stipe: il professore insicuro e triste ("Sad Professor"), l'apologo, pronto a scusarsi per ciò che è stato "I wanted to apologize for / Everything I was"("The apologist"), il protagonista di "Suspicion", incapace di intraprendere la benché minima relazione sociale. L'animo umano dei protagonisti descritti in Up e della band stessa cela ombre (Hope, Diminished, Parakeet) e luci ("At my most beautiful ", "Why not smile", "Walk unafraid"). Il merito dei R.E.M. è di mostrarle, senza nascondersi dietro a futili illusioni. Cadere per risalire.





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lunedì 14 novembre 2011

R.E.M. - New Adventures in Hi-fi



"New Adventures in Hi-fi" (1996), decimo album dei R.E.M., è un diario di viaggio. Contiene avventure di varia natura, racconti di eccessi, delusioni. Le storie raccontate in note e musica librano nell'aria, nei vari soundcheck in giro per gli Stati Uniti (Athens, Seattle, Los Angeles). Il movimento, il continuo cambiamento è percepibile su disco, qualsiasi luogo sia destinato all'ascolto dell'album si trasforma in macchina del tempo. Non ha importanza dove vi troviate, qualunque coordinata spazio-temporale perde di significato, di fronte a un'opera così fortemente coinvolgente. Appena parte il primo brano, il mondo sembra fermarsi, è solo illusione, una delle tante, narrate dalla voce Stipe, tra ballate malinconiche e brani dal tiro potente, ricordanti a tratti lo stile del precedente "Monster". Il cantato di Stipe ritorna in primo piano, la narrazione è in prima persona e permette all' ascoltatore di identificarsi con i vari protagonisti dei brani: il lebbroso, invitato in una trasmissione televisione e dimenticato in un angolo ("New test Leper"), la rockstar glam  persa nei  vecchi sogni di gloria ("The Wake up- bomb"), Binky, lo zerbino, personaggio ispirato al film "Shakes the Clown" ("Binky the Doormat"). Il concetto fondante dell'album è il viaggio come fuga dalle illusioni e crisi emotive, tale idea è particolarmente evidente in "Leave", "Departure", "So fast, so numb", "Low Desert", ma  questa incertezza di fondo permea tutto il disco. How the west was won and where it got us incarna le false speranze della civilizzazione occidentale, Undertow descrive la disperazione più bieca, E-bow the letter raccoglie un ipotetico flusso epistolario tra due persone, nel brano la voce del destinatario è impersonata dalla poetessa del rock Patti Smith, Bittersweet me e Be mine parlano del nobile del sentimento dell'amore  da due prospettive diverse: la prima fotografa la fine di una passione , la seconda l'assurdità di un innamoramento folle. Ogni emozione è un dubbio, che vaga a suon di note tra deserti sperduti e le luci di Hollywood ("Electrolite"). Un affresco della vita americana post-moderna involontario, ma perfetto nella sua ingenuità. Da riascoltare.




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sabato 12 novembre 2011

R.E.M. - Monster





Con “Automatic for the People” (1992)  i  R.E.M.  raggiungono la maturità. E si sa, quando  con un disco si raggiunge l’apice della creatività  diventa ancora più duro rientrare in studio di registrazione. I R.E.M. non fanno eccezione. Nel periodo post-Automatic Michael Stipe soffre del blocco dello scrittore, il destino incombe infausto sul gruppo: il 31 Ottobre 1993 muore  l’attore River Phoenix (“Belli e Dannati”, “Stand by me”),  carissimo amico di Stipe. A fatica il gruppo incomincia a lavorare ed un nuovo lutto colpisce la band, muore Kurt Cobain (Nirvana) e come se non bastasse per un brevissimo periodo Mike Mills finisce in ospedale. ”Monster” non nasce certo sotto i migliori auspici. Il risultato è un disco fosco, caratterizzato dall’ombra incombente di ossessioni, squilibri, relazioni sentimentali  dalla logica perversa. Le atmosfere criptiche descritte nei testi trovano forma nella musica, in un rock acido, veste nuova per il gruppo. I R.E.M. realizzano il tanto annunciato disco rock, arriva inaspettato sulla scia della moda grunge, ma non è una pallida imitazione di stilemi abusati o stantii, Stipe e compagni non fanno l’occhiolino interessato a certe sonorità, anche se ne sono evidentemente influenzati: non a caso,Thurstoon Moore, leader dei Sonic Youth, partecipa come seconda chitarra in Crush with eyeliner. Per la prima volta nella discografia della band la voce di Stipe passa in secondo piano per lasciare spazio alla chitarra di Buck. A tratti il cantato di Stipe è quasi irriconoscibile, robotico in King of Comedy, in falsetto in Tongue.Le parole sono sovrastate da riverberi sonori, dopo anni Buck si è finalmente deciso a rispolverare l’amplificatore. L’ora suprema è giunta,  il suono di insieme è poco curato, rozzo e asciutto (Crush with eyeliner, Took your name, Circus Envy, King of Comedy), quasi un disco hard rock, chi se lo sarebbe mai aspettato dai R.E.M. Questa nuovo approccio della band  destabilizza i detrattori e sorprende in positivo ed in negativo i fan della prima ora, delude chi si aspettava un nuovo Automatic for the people, incontra i pareri favorevoli di chi desiderava da tempo ascoltare i R.E.M.  in chiave rock. Ma il passato non si scorda facilmente, non si cancellano quattordici anni di carriera in un minuto, ed ecco che compaiono  canzoni in perfetto stile R.E.M. :Strange Currencies, I don’t sleep, I dream. In  conclusione del disco non manca poi una dedica all’amico Cobain, Let me in, un brano struggente, che unisce musica e testo: il muro del suono riproduce metaforicamente quella barriera fisico-mentale in cui si è rinchiuso Cobain. Stipe ha cercato di entrare nell’universo del cantante dei Nirvana, ma non ci è riuscito, Let me in testimonia questo fallimento. Infine una citazione speciale per You, ultimo brano e perfetta sintesi dei nuovi R.E.M., in bilico tra l’armonia vocale di Stipe, unica nella storia del rock, e il forte ridimensionamento del ruolo delle chitarre.

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venerdì 30 settembre 2011

R.E.M. - Green


Nel 1988 gli R.E.M. firmano con la Warner.Poteva essere la fine di un sogno, ed invece fu l’inizio di una nuova epoca. Il gruppo prosegue per la sua strada, continua la collaborazione con il produttore Scott Litt, già su“Document”.Il risultato è “Green”, album in pieno stile R.E.M. , in bilico tra passato e presente. Da un lato emerge l’anima pop scanzonata del gruppo, dall’altro la vena intimista ed impegnata. Su questa doppia natura dei brani Stipe ci scherza, nella canzone d’apertura, “Pop Song 89”, canta ironicamente “Should we talk about the weather? Should we talk about the government? / Parliamo del tempo? Parliamo del governo”?”. Parlerà di entrambi, in “Get Up” e “Stand” i R.E.M. ricalcano lo stile della canzone pop eccellenza: testi solari e melodie orecchiabili.”Get Up” è il primo e forse l’ultimo brano del gruppo, il cui testo sia estremamente comprensibile, fin da primi versi è estremamente chiaro quale sia il significato della canzone:un inno alla vita. Non manca però l’inevitabile gioco di parole , nel ritornello la voce principale canta “Dreams they complicate my life”( i sogni mi complicano la vita”) e la seconda voce contrapposizione risponde “Dreams they complement my life”( i sogni completano la vita).”Stand” è una divertente e riuscita presa in giro delle bubblegum pop songs anni sessanta. E l’idea è così geniale che anche Weird Al Yankovic nel 1989 scrive “Spam”(“ Uhf”), una parodia della parodia. Ma Green non è un album esclusivamente pop, alla leggerezza velata di ironia di canzoni come “Stand” e “Get Up” si contrappone il minimalismo acustico di ballate malinconiche e sofferte(”You Are The Everything”, “Hairshirt”,“The Wrong Child”).Il nuovo approccio non impedisce di guardare al passato recente: “Document”.Non mancano quindi le rock songs, “Orange Crush” (brano contro l’imperialismo americano), ”Turn You Inside Out” (analisi del rapporto tra performer e pubblico), ”I Remember California” sembrano confermarcelo.L’idea iniziale era infatti di dividere l’album in due parti: una elettrica e una acustica. Poi non se n’è fatto più niente e gli R.E.M. hanno preferito un album variegato, ma senza di divisioni di sorta. Piccoli dettagli arricchiscono questo piccolo gioiellino pop/ rock: nel booklet dell’artwork compare per la prima volta le parole di una canzone “World Leader Pretend” e alla fine della tracklist tradizionale, scritta nel retro della copertina, appare una traccia fantasma, senza titolo, nota come “Untitled”.


Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


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giovedì 29 settembre 2011

R.E.M. - Fables of the Reconstruction


Parlare di “Fables of the reconstruction” (1985, I.R.S.) in termini esclusivamente musicali sarebbe sbagliato. Il terzo album degli R.E.M. è una raccolta di storie. Stipe con i compagni a Londra per registrare l’album è un poeta in terra straniera, ricorda la sua Athens, e lo fa nel suo stile, narrando le favole del Sud. Un tentativo di ricostruire tramite parole, a volte solo sussurrate, ricordi e luoghi. Ricercare se stessi e le proprie origine non è opera facile, gli R.E.M. dimostrano debolezze e fragilità in studio di registrazione, incapaci di trovare un accordo comune sulla via da intraprendere, sono quasi sul punto di sciogliersi, ma alla fine, riescono a catturare le  proprie paure ed ansie, trovando la giusta alchimia con il nuovo produttore Joe Boyd (Nick Drake, Fairport Convetion), che sostituisce la storica coppia Mitch Easter- Don Dixon (Murmur, Reckoning). Su disco si riflette alla perfezione lo stato d’animo cupo e discordante del gruppo, potrebbe essere un difetto in teoria, in pratica non lo è, dopo i primi ascolti si entra appieno nell’ottica dark del disco. Il gruppo abbandona le melodie ed efficaci dei lavori precedenti per sperimentare nuove vie fino ad allora inedite : l’uso solenne di fiati ed archi combinato argutamente con quello dissonante della chitarra di Peter Buck.”Feeling Gravitys Pull” è la chiave del viaggio immaginifico, di cui non importa tanto capire ogni singolo passaggio, quanto lasciarsi  trasportare dalla immaginazione, simboleggiata dalla “forza di gravità”(“Step up, step up, step up the sky is open-armed, When the light is mine, I felt gravity pull / Sali, Sali, Sali il cielo aspetta a braccia aperte, Quando la luce diventa mia,ho sentito la forza di gravità).In “Maps and Legends”, dedicata all’artista Howard Finster (noto per le copertine di “Reckoning” e “Little Creatures”), Stipe si diverte a giocare con il luogo comune dell’artista incompreso, parla di Finster ed in fondo allude al proprio ruolo di paroliere ermetico (“On his own where he’d rather be.Where he ought to be, he  sees what you can’t see, can’t you see that? / Sta da solo, dove vorrebbe essere. Dove dovrebbe essere, vede ciò che tu non riesci a vedere, non riesci a capirlo? “).Comincia poi il lungo cammino  tra le vie immense del Sud degli Stati Uniti, tra i tratti ferroviari  sconfinati (Driver 8), comete lucenti, metafore di amori non corrisposti (Kohoutek) e bizzarri personaggi tra la realtà e l’immaginazione di Stipe : lo strano Mr.Mekis (“Life and how to live it”),  il vecchio Kensey, artista pazzo come Finster e Stipe (“Old man Kensey”)e Wendell Gee, venditore di auto usate di Pendergrass.Non mancano una serie di “saggi” consigli(“Good advices”), le prime critiche allo scenario politico americano (“Green grow the rushes”) e un attimo di spensieratezza (“Can get there from here”).

Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


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martedì 27 settembre 2011

R.E.M. - Reckoning



“Reckoning” (1984, I.R.S.)  immortala lo stato di grazia dei R.E.M., ne fotografa la  dirompente voglia di suonare. L’album, prodotto dalla coppia Mitch Easter / Don Dixon e registrato  in due settimane negli studi Reflection di Charlotte (North Carolina), suona fresco e convincente. Dopo il debutto illuminante, ma a tratti ancora acerbo, il gruppo elabora un suo stile personale, che diventerà nel corso degli anni inconfondibile e costituirà il marchio di fabbrica su cui poi investirà senza remore la major discografica Warner. La band non si dirige verso nuove vie, preferendo affermare con determinazione gli stilemi comparsi in Murmur, ed ecco che ricompaiono i testi non-sense di Stipe (cut-up geniali di frasi estrapolate dal contesto), l’armonioso impasto vocale tra voce principale e controcanti e l’immancabile tocco di chitarra di Buck.Ne esce un disco di transizione, non concepito come tale: si intravedono i primi segnali di maturità, il suono di insieme è più compatto  e solido, la intesa tra Stipe e Mills diventa perfetta in ogni singolo passaggio. Con ingenuità e spontaneità i R.E.M. realizzano  l’anello mancante tra l’ep “Chronic Town” e “Murmur” .“Harborcoat”, canzone di apertura, tiratissima e dirompente, ci guida tra i flussi di pensiero e  impulsi visivi di Stipe, sempre aperti alla libera interpretazione. Se non riuscite a capire cosa diamine significhi “Harborcoat”, non siete i soli, “Harborcoat” è un neologismo coniato da Stipe, nato dall’unione di  due parole: “harbour” (porto) e “coat”(cappotto). Diverse frasi e parti di testi sfuggono a una traduzione razionale, con i R.E.M., non c’è nulla da fare, bisogna lasciarsi trascinare dall’immaginazione ispirata dalle trame sonori e dalle tonalità profonde della voce di Stipe.”Seven cinese brothers”, ispirata alla favola dei Cinque fratelli cinesi di Claire Huchet Bishop e Kurt Wiese, è un abile gioco di parole, che si trasforma poi in una dedica  a Carol Levy, fotografa amica della band, morta in un incidente automobilistico (“Seven thousand years to sleep away the pain.She will return, she will return. / Dormire settemila anni per scacciare  il dolore. Lei ritornerà, lei ritornerà”).Il ricordo dell’amica vive in altri due brani “So.central rain “ e “Camera”  : in “So.central rain” Stipe descrive uno scenario tragico, un alluvione interrompe i collegamenti telefonici, in questo contesto si inserisce l’urlo di dolore “I’m sorry” rivolto all’amica morta con i suo sogni (“ the city on the river there is a girl without a dream / la città sul fiume , c’è una ragazza senza un sogno”), in “Camera” Stipe è ancora più esplicito, già dal titolo, allude a Carol Levy, facendo riferimento alla sua passione, la fotografia( “If I’m to be your camera, then who will be your face?/ se deve essere la tua macchina fotografica, chi sostituirà il tuo volto). Se si esclude “(Don’t go back to) Rockville “, dedica alla studentessa universitaria di Athens, Ingrid Shorr , scritta da Mike Mills, le altre canzoni non presentano una narrazione descrittiva, ma  si basano su giochi di assonanza tra parole e musica ( “Second Guessing”, “Letter never sent “ ,”Little America, “Pretty Persuasion”, “Time after Time”).La capacità di divertirsi con le parole come se fossero strumenti da suonare è la magia racchiusa in  questo album. Da riscoprire.



Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988

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giovedì 22 settembre 2011

In Time :The Best of R.E.M. 1980- 2011

Ieri ero confusa e lo sono ancora oggi.Ma mi sento di fare un breve discorso per ricordare come si deve gli R.E.M.Spesso i detrattori della band adducono come critica, la frase, un po' banale e ritrita " gli R.E.M. hanno fatto album sempre uguali".Ok, forse non hanno mai osato, ma in quante band l'hanno fatto.Non ci sono stati cambiamenti radicali o cambi di rotta particolari, eppure ogni disco prodotto dalla premia ditta Stipe, Buck, Mills e Berry (fino al 1997) ha una propria identità ben delineata e riconoscibile.Il primo ep "Chronic Town" e i primi due album, Murmur e Reckoning, sono indissolubilmente legati ai primi anni ottanta, si assapora quel richiamo ingenuo all'infanzia/ giovinezza, gli r.e.m. sono ancora dei bambini, "fanno i primi passi e cominciano a parlare": enigmatici e criptici sul profilo dei testi, estremamente comunicativi, musicalmente parlando.Nel 1985 registrano"Fables of the reconstruction" nella Londra dark-wave con nuovo produttore al seguito, abbandonano la coppia Easter /Dixon e scelgono Joe Boyd (collaboratore di Nick Drake).Paradossalmente cambiando produttore, abbandonano la spontaneità degli esordi (Reckoning era stato registrato in due settimane).Le melodie ed armonie semplici ed efficaci, punto di forza dei primi dischi, lasciano spazio a soluzioni cupe ed ostiche.Ne esce un disco oscuro, diapositiva istantanea dello stato d'animo dei componenti, spaesati in una Londra grigia e piovosa, lontana anni luce dal sud degli Stati Uniti.E come ogni poeta in terra straniera, Stipe ricorda la sua Athens, e lo fa nel suo stile, descrivendo i personaggi più strani: il vecchio artista Kensey ("Old man kensey) e Wendell Gee, venditore di auto usate di Pendergrass. Nel 1986 gli R.E.M. si lasciano alle spalle le sperimentazioni dark di Fables, pubblicando Lifes Rich Pageant, un disco dalle forti radici rock, registrato, non a caso, a Bloomington (Indiana, USA), città del rocker John Cougar Mellencamp.Si intravedono i primi segnali di una futura maturità compositiva, completa nel disco successivo, "Document".Nel 1988 è inevitabile l'ascesa del gruppo alle luci di ribalta, da un'etichetta underground (la I.R.S. di Copeland) il gruppo passa a una major discografica, la Warner.Poteva essere la fine di un sogno ed invece fu l'inizio di una nuova era: l'indie rock americano da anni confinato nelle college radio ottiene il successo che si merita, senza per questo motivo assoggettarsi alle stupide logiche del music business.Album come "Green", "Automatic for the people", "New adventures in hi-fi" sono fulgidi esempi di come si possa rimanere se stessi, cambiando e crescendo.Non mancano i passi falsi *, Out of time (1991) e Around the sun (2004), ma come dice un detto popolare "sbagliando s'impara".


*Capisco che il termine "passo falso" non è il più adatto, quando si parla di R.E.M. è sempre fuorviante parlare di episodi meno riusciti.Ritengo che "out of time" sia un passo falso, non in termini strettamente musicali: non è un disco brutto, semplicemente lo sento lontano dalla natura, è un perfetto disco di "radio songs", piacevolissimo da ascoltare, ma dai R.E.M. mi aspettavo qualcosa di diverso.

E per  concludere in bellezza una  playlist con " il meglio di " dal 1980 ad oggi:


10.You
9.At my most beautiful
8.World Leader Pretend
7.The One I love
6.Perfect Circle
5.So. Central Rain

4. New Test Leper
3.Fall on Me
2.It's the end of the world
1.Nightswimming


mercoledì 21 settembre 2011

Addio R.E.M.

I R.E.M. si sono sciolti: quando me l'hanno detto, non volevo crederci. E invece, dopo aver fatto un breve giro su vari siti internet, fra cui il sito ufficiale "R.E.M. HQ", trovo il comunicato di addio:


"To our Fans and Friends: As R.E.M., and as lifelong friends and co-conspirators, we have decided to call it a day as a band. We walk away with a great sense of gratitude, of finality, and of astonishment at all we have accomplished. To anyone who ever felt touched by our music, our deepest thanks for listening." R.E.M.

Trad.:

"Ai nostri fan e ai nostri amici: come R.E.M. e come amici di una vita e co-cospiratori, abbiamo deciso di smettere di essere una band. Ce ne andiamo con grande senso di gratitudine, di compiutezza, e di stupore per tutto ciò che abbiamo realizzato. A chiunque sia mai stato toccato dalla nostra musica va il nostro più profondo ringraziamento per averci ascoltato"

Gli R.E.M. ci ringraziano e io voglio ringraziare loro, per esserci stati nella gioia e nel dolore con le loro "canzonette". Canzoni come fratelli maggiori su cui appoggiarsi e piangere o sorridere. Da tempo erano in fase calante, mancava l'ispirazione dei tempi d'oro con il batterista Berry, però li adoravo lo stesso, un po' come succede con i propri vecchi: con l'età perdono lo smalto dei bei tempi andati ma trovano sempre una parola di conforto per consolarti e farti tornare il sorriso.

Addio R.E.M.




venerdì 6 maggio 2011

Let me in


Michael stipe, amico di Courtney Love e Kurt Cobain, è sempre stato vicino all’amico Kurt e famiglia, anche  nei momenti più bui, come  si legge tra le righe nel testo di “Let me in”, decima traccia di Monster, album della band registrato in quel di Seattle. Proprio in quel periodo, Stipe con un escamotage, una possibile collaborazione-progetto, voleva tenersi in contatto con Cobain, cercando di tenerlo lontano dal mondo  alienante dell’eroina, che troppo spesso spinge le persone eroinomani a rinchiudersi in se stesse.
Da Let Me in:
I had a mind to try to stop you. Let me in, let me in
  But I've got tar on my feet and I can't see
  All the birds look down and laugh at me
  Clumsy, crawling out of my skin
Avevo in mente di provare a fermarti. Fammi entrare. 
 Fammi entrare. 
 Ma avevo il catrame sui piedi e non riesco a vedere 
 Tutti gli uccelli mi guardano dall'alto e ridono di me 
 Goffi, mi escono dalla pelle
 

Qualche giorno fa sono emersi nuovi particolari. In una recente intervista al magazine “Interview” Michael Stipe con sommo dispiacere ha dichiarato”Conoscevo lui e sua figlia. E Courtney Love è venuta ad abitare a casa mia quando gli R.E.M. stavano lavorando alle registrazioni di due dischi a Seattle, Peter Buck viveva nella casa della porta accanto a quella di Kurt e Courtney. Così ci conoscevamo bene tra di noi.
                                           
Gli( a Kurt) ho allungato la mano con l’idea di un progetto come tentativo di evitare cosa sarebbe potuto accadere”Stipe incalzato dal giornalista continua “Gli spedii un biglietto aereo e un autista. Lui attaccò il biglietto al muro e lasciò l’autista fuori dalla casa per dieci ore. Kurt non uscì e non rispose più al telefono. Ero a Miami a fare un disco, non mi sentivo di attraversare in volo gli Stati Uniti per qualcuno che ammiravo, che era un amico, un buon amico, ma non  il mio migliore amico, capisci cosa intendo? Non pensavo che fossi compito mio, prendere un aereo e dirigermi verso Seattle.Stavo facendo ciò  che pensavo fosse la miglior cosa da fare al tempo. E, lo sai, francamente, non sono bravo con i dipendenti da eroina. Ho provato l’eroina, ma è stato un incidente.” Se Kurt avesse letto quel biglietto, forse il corso degli eventi sarebbe cambiato. Ma la storia non si fa con il condizionale.


"La grande tragedia della sua morte, come artista, è che lui esigeva troppo.Aveva  raggiunto un punto dove stava per dare spazio a qualcosa di fenomenale e di bello. Era tutto scritto, stava tutto lì, ed era molto ovvio dove  Kurt era diretto, e dopo non lo fece.Ancora ho problemi , non riesco ad ascoltare un disco dei Nirvana per intero"
Michael Stipe su Kurt Cobain, Maggio 2008


Qui l'intervista integrale a Michael stipe:
http://www.interviewmagazine.com/music/michael-stipe/


mercoledì 2 marzo 2011

R.E.M. - Collapse into now

Niente di nuovo sul fronte occidentale
Il prossimo 8 Marzo esce “ Collapse into now” , quindicesimo album della rock band  statunitense R.E.M., sulla breccia ormai da più di trent’anni. Prima dell’uscita ufficiale del disco, il trio meravigliao Mills, Stipe, Buck ha messo l’acquolina in bocca ai vari fans sparsi per il mondo, consentendo verso i primi di Gennaio il download gratuito di Discoverer e pubblicando  qualche settimana più tardi su youtube  un breve video trailer contenente un riassunto di pochi secondi di ogni brano. A febbraio è poi uscito il primo singolo, per il mercato europeo “Uberlin”, per quello americano “Mine smell like honey” con annesso video autolesionista, in cui Michael Stipe viene scaraventato , rotolato per le scale da quattro energumeni vestiti di bianco. Oggi ho ascoltato l’album in streaming, mi accingerò a scrivere le prime impressioni per uno dei lavori  più attesi  di questa primavera musicale. L’intro di apertura in piena avan scoperta nella giungla di suoni è l’elettrizzante smarrimento “Discoverer “, ricordante a tratti “Finest worksong”. Perfetta da cantare a squarcia gola per perdersi per sempre nella folla rumorosa e rumoreggiante da stadio .Si prosegue al meglio(“All the best”) con l’acceleratore al massimo, senza freni puntati verso l’euforia di un nuovo giorno per impazzire in compagnia di un ritornello dannatamente pop e un buon bicchier di vino. Dopo la pazza gioia, per un attimo  rallenta il ritmo adrenalinico per lasciar spazio a tre ballatone commoventi in perfetto stile remmiano(“Uberlin” ,”It happened today” con la partecipazione di Eddie Vedder,“Oh my heart” con intro di fiati made in New Orleans e momento amarcord con l’elegante, mai dimenticato, mandolino, protagonista dell’hit single anno ‘91  “Losing my religion”). Ormai  la mente sconfinata ,collassata nella fase più profonda del sogno-sonno, può solo desiderare, sperare nella bellezza semplice, quotidiana di una dolce melodia struggente(“Every day is yours to win”). Per poi affacciarsi alla finestra ed ammirare con gli occhi  increduli di un bambino l’albero di pesco con i  frutti appena sbocciati (“ Mine smell like honey” ). Sentirsi forti come non mai, vogliosi di cogliere l’attimo fuggente, decidere   con gli amici di scaraventarsi in giardino all’attacco di una nuova alba, stufi di giocare in difesa(“Alligator_Aviator_Autopilot_Antimatter “ con la rebel girl Peaches). In sottofondo la voglia di giocare ,scherzare suonando (“That someone is you”).Tra  atmosfere, sensazioni del passato, futuro, presente(“ Walk it back”), è il momento di lasciarsi andare alle prime emozioni in un confronto tra noi e il mondo immenso, immerso nel blu dipinto di blu(“Blue” con la poetessa rock Patti Smith).L’ultima sigaretta è finita, si sta spegnendo lentamente e il treno è arrivato alla fermata, non rimane che ripensare al viaggio con un sorriso e la voglia di rifarlo subito. Il nastro si può sempre riavvolgere se si ama rivivere i ricordi passati. 
Recensione inserita nel magazine musicale online Distorsioni:

Trailer introduttivo


Primo singolo



venerdì 26 novembre 2010

R.E.M. - Chronic town



Punk dopo di te

Nei primi anni ottanta,in pieno post-punk, quattro giovani studenti di Athens(Ga),Michael Stipe, Mike Mills, Peter Buck, Bill Berry, influenzati dalle sonorità proto-punk di Velvet Underground e Patti Smith, decidono di seguire le orme dei loro beniamini.Tutto è possibile, gli “ingredienti” sono più semplici di quanto si possa pensare: una chitarrista, un batterista, un bassista e un cantante.C’è bisogno di altro? Se ce l’hanno fatto i rozzi germs, privi di una adeguata preparazione tecnica, tutti ce la possono fare, basta sanguinare(we must bleed), dare se stessi per il sacro calice rock’n'roll. Nel 1982 i R.E.M. pubblicano il primo Ep, Chronic town, mai esordio fu più felice.Ogni canzone è un piccola perla da custodire gelosamente.L’animo della band è maledettamente punk, anche se le sonorità delle cinque canzoni contenute nell’ep si rifanno al pop-rock anni sessanta, ispirandosi al suono jingle-jangle dei Byrds.Ma allora perché definirli punk?L’attitudine di Stipe è punk, Michael, non canta, sarebbe banale, mormora, sussurra. Parole solo parole, dette non dette,che importa.Le danze iniziano con Wolves,lower, una filastrocca moderna non-sense.I lupi cattivi,forse il music business malato di soldi, devono stare in basso, lontani dalla casa del rock, “house in order”, come ripete ossessivamente nel ritornello la seconda voce Mills.La caccia abbia inizio, la chitarra di Buck è in perfetta forma, scintillante, brilla come una luce in profonda notte(gardening at night), anche se è buio non c’è motivo di perdersi, il ritmo è scandito dalla bussola di Berry. La batteria, sempre in primo piano,ci accompagna, guida, fino all’infinito,per un milione d’anni(1,000,000),la speranza è l’ultima a morire, la vita è una caccia al tesoro.La strada è oscura, piena di insidie,segreti,misteri,nelle mani del destino (Carnival of sorts). E’difficile cogliere un messaggio nel labirinto di frasi non-sense ripetute ossessivamente da Stipe, come se fosse impossessato da uno spirito,un po’ come i bambini piccoli che si rotolano per terra,nel fango, urlano, corrono, sbraitano per casa per la gioia dei genitori.E’ Solo uno scherzo, non l’avete capito, la canzone di chiusura è aperta da un risata beffarda. Stipe, tra serio e faceto, ripete la frase”We will stumble through the yard”,inciamperemo nel cortile.Una filastrocca per bambini in chiave rock.La festa abbia inizio!

La trovate anche su R.E.M. Italia e su Distorsioni :

 

lunedì 1 novembre 2010

R.E.M. - Everybody hurts



La canzone non lascia spazio a dubbi come non mai, le canzoni dei R.E.M. in passato erano spesso o meglio sempre criptiche, di difficile interpretazione, ma ora il titolo parla chiaro"Everybody hurts", tutti noi soffriamo e non siamo i soli. Non è facile trasporre in un video di 5 minuti, un messaggio così importante, si rischia di essere banali. Il regista Jake Scott oltrepassa l'ostacolo, coglie in pieno l'immaginario suggerito dalla canzone: "affresca" nel suo cortometraggio una dolore collettivo del vivere, le persone ferme in un ingorgo stradale, simbolo della freneticità della vita moderna, riflettono e il solo riflettere li fa soffrire. Per rendere più partecipe chi guarda il regista escogita l'uso di Verfremdungseffekten di brechtiana memoria, ossia degli effetti di straniamento, affinchè lo spettatore non sia passivo, ma assuma una distanza critica. Quando viene inquadrata una persona compaiono delle scritte in sovrimpressione : le scritte non sono le parole del testo della canzone, ma i pensieri più nascosti della persona inquadrata. Alla fine tutti fuggono dalla riflessione e ritornano presumibilmente alla " vita", vengono ricatapultati involutamente nella quotidianità, un po' come il fellianiano Guido Anselmi.