Visualizzazione post con etichetta Alternative Rock. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alternative Rock. Mostra tutti i post

lunedì 14 novembre 2011

R.E.M. - New Adventures in Hi-fi



"New Adventures in Hi-fi" (1996), decimo album dei R.E.M., è un diario di viaggio. Contiene avventure di varia natura, racconti di eccessi, delusioni. Le storie raccontate in note e musica librano nell'aria, nei vari soundcheck in giro per gli Stati Uniti (Athens, Seattle, Los Angeles). Il movimento, il continuo cambiamento è percepibile su disco, qualsiasi luogo sia destinato all'ascolto dell'album si trasforma in macchina del tempo. Non ha importanza dove vi troviate, qualunque coordinata spazio-temporale perde di significato, di fronte a un'opera così fortemente coinvolgente. Appena parte il primo brano, il mondo sembra fermarsi, è solo illusione, una delle tante, narrate dalla voce Stipe, tra ballate malinconiche e brani dal tiro potente, ricordanti a tratti lo stile del precedente "Monster". Il cantato di Stipe ritorna in primo piano, la narrazione è in prima persona e permette all' ascoltatore di identificarsi con i vari protagonisti dei brani: il lebbroso, invitato in una trasmissione televisione e dimenticato in un angolo ("New test Leper"), la rockstar glam  persa nei  vecchi sogni di gloria ("The Wake up- bomb"), Binky, lo zerbino, personaggio ispirato al film "Shakes the Clown" ("Binky the Doormat"). Il concetto fondante dell'album è il viaggio come fuga dalle illusioni e crisi emotive, tale idea è particolarmente evidente in "Leave", "Departure", "So fast, so numb", "Low Desert", ma  questa incertezza di fondo permea tutto il disco. How the west was won and where it got us incarna le false speranze della civilizzazione occidentale, Undertow descrive la disperazione più bieca, E-bow the letter raccoglie un ipotetico flusso epistolario tra due persone, nel brano la voce del destinatario è impersonata dalla poetessa del rock Patti Smith, Bittersweet me e Be mine parlano del nobile del sentimento dell'amore  da due prospettive diverse: la prima fotografa la fine di una passione , la seconda l'assurdità di un innamoramento folle. Ogni emozione è un dubbio, che vaga a suon di note tra deserti sperduti e le luci di Hollywood ("Electrolite"). Un affresco della vita americana post-moderna involontario, ma perfetto nella sua ingenuità. Da riascoltare.




Prossimamente su The Wave Lenght

sabato 12 novembre 2011

R.E.M. - Monster





Con “Automatic for the People” (1992)  i  R.E.M.  raggiungono la maturità. E si sa, quando  con un disco si raggiunge l’apice della creatività  diventa ancora più duro rientrare in studio di registrazione. I R.E.M. non fanno eccezione. Nel periodo post-Automatic Michael Stipe soffre del blocco dello scrittore, il destino incombe infausto sul gruppo: il 31 Ottobre 1993 muore  l’attore River Phoenix (“Belli e Dannati”, “Stand by me”),  carissimo amico di Stipe. A fatica il gruppo incomincia a lavorare ed un nuovo lutto colpisce la band, muore Kurt Cobain (Nirvana) e come se non bastasse per un brevissimo periodo Mike Mills finisce in ospedale. ”Monster” non nasce certo sotto i migliori auspici. Il risultato è un disco fosco, caratterizzato dall’ombra incombente di ossessioni, squilibri, relazioni sentimentali  dalla logica perversa. Le atmosfere criptiche descritte nei testi trovano forma nella musica, in un rock acido, veste nuova per il gruppo. I R.E.M. realizzano il tanto annunciato disco rock, arriva inaspettato sulla scia della moda grunge, ma non è una pallida imitazione di stilemi abusati o stantii, Stipe e compagni non fanno l’occhiolino interessato a certe sonorità, anche se ne sono evidentemente influenzati: non a caso,Thurstoon Moore, leader dei Sonic Youth, partecipa come seconda chitarra in Crush with eyeliner. Per la prima volta nella discografia della band la voce di Stipe passa in secondo piano per lasciare spazio alla chitarra di Buck. A tratti il cantato di Stipe è quasi irriconoscibile, robotico in King of Comedy, in falsetto in Tongue.Le parole sono sovrastate da riverberi sonori, dopo anni Buck si è finalmente deciso a rispolverare l’amplificatore. L’ora suprema è giunta,  il suono di insieme è poco curato, rozzo e asciutto (Crush with eyeliner, Took your name, Circus Envy, King of Comedy), quasi un disco hard rock, chi se lo sarebbe mai aspettato dai R.E.M. Questa nuovo approccio della band  destabilizza i detrattori e sorprende in positivo ed in negativo i fan della prima ora, delude chi si aspettava un nuovo Automatic for the people, incontra i pareri favorevoli di chi desiderava da tempo ascoltare i R.E.M.  in chiave rock. Ma il passato non si scorda facilmente, non si cancellano quattordici anni di carriera in un minuto, ed ecco che compaiono  canzoni in perfetto stile R.E.M. :Strange Currencies, I don’t sleep, I dream. In  conclusione del disco non manca poi una dedica all’amico Cobain, Let me in, un brano struggente, che unisce musica e testo: il muro del suono riproduce metaforicamente quella barriera fisico-mentale in cui si è rinchiuso Cobain. Stipe ha cercato di entrare nell’universo del cantante dei Nirvana, ma non ci è riuscito, Let me in testimonia questo fallimento. Infine una citazione speciale per You, ultimo brano e perfetta sintesi dei nuovi R.E.M., in bilico tra l’armonia vocale di Stipe, unica nella storia del rock, e il forte ridimensionamento del ruolo delle chitarre.

Streaming





Prossimamente su The  Wave Lenght

mercoledì 19 ottobre 2011

Non si esce vivi dagli anni novanta: Hazel- Toreador of love

"Toreador of love"(1993), debutto degli Hazel ( gruppo minore del rooster Sub pop anni novanta), è uno di quei dischi che non ti ricordi minimamente di avere, per mesi nelle migliori delle ipotesi o per anni nelle peggiori, è rimasto sepolto da decine, centinaia di copertine. Poi, per caso, alla ricerca di Bleach o Doolittle te lo ritrovi tra le mani. Ed allora al diavolo alla polvere e il tempo, ti viene voglia di riascoltarlo e riassaporare, goccia, goccia, quel dannato suono anni novanta. Perché è bene dirlo "Toreador of love" è maledettamente anni novanta, un incrocio pazzoide e senza senso di Pixies, Dinosaur Jr., Fugazi e L7 sotto l'effetto di calmanti. In alcuni passaggi viene quasi da chiedersi se si tratti di un disco dei Pixies senza Frank Black e Kim Deal, rapiti da due musicisti bricconcelli di Portland in compagnia di un ballerino freak. Fin dalla copertina si sente quell'odore unico dei nineties. Aperta la custodia riaffiorano ricordi di quanto erano belli quegli anni o per i più giovani rimpianti senza fine per essere nati troppo tardi, a rivoluzione finita, con "Pretty fly" degli Offspring. Diamine, la bieca commercializzazione della musica ci ha reso sordi di stimoli. Dischi come "Toreador of love" rimembrano alle orecchie le giornate gloriose della musica indipendente e di quella inesperienza, banale, ma genuina.



Breve biografia degli Hazel:
Gli Hazel, nati nel 1991, vengono dalla florida scena di Portland (vedi Heatmiser di Elliott Smith). La line-up prevede Pete Krebs alla chitarra e voce, Brady Smith al basso e Judy Bleyle al batteria e voce. La band è quasi sempre in compagnia di uno strambo ballerino, mascot del gruppo, Fred Nemo. Il gruppo firma con la prestigiosa label indipendente di Seattle (patria del Grunge), la Sub pop. Nel 1993 esce l'album di debutto, "Toreador of love", che riscuote un buon successo, in virtù della pregevole combinazione vocale tra il chitarrista Krebs e la batterista Bleyle. Nel 1995 segue "Are you going to eat that ?". Gli equilibri sono ormai incrinati, Krebs propende per una carriera solista e Bleyle è sempre più impegnata con il side-project Team Dresch e  l'etichetta Candy-Ass. Il gruppo  ben presto si scioglie e Krebs pubblica tra il 1995 e il 2002 album all'insegna della miglior tradizione cantautorale americana e trova il tempo di collaborare con l'amico di vecchia data Elliott Smith.

Highlight:


Links:


mercoledì 12 ottobre 2011

Le canzoni smarrite : The Dandy Warhols - Head




Prima del successo mondiale con "Thirteen tales from urban bohemia" (2000), contenente il tormentone "Bohemian like you", amato ed odiato dalla band. I Dandy Warhols pubblicano ben due album, non senza qualche incidente di percorso. Nel 1997, accade l'impensabile, terminate le registrazioni del secondo album, la band si vede rifiutata la pubblicazione del disco dalla major di turno, la Capitol Records. I dandys scrivono nuovi brani e mantengono qualche vecchia canzone, che finisce su "The dandy warhols come down": Good Morning, Minnesoter e Boys, rinominata Boys Better. "Head" è uno dei vecchi brani, escluso dall'album, viene rilasciato come b-side del singolo "Every day should be a holiday". Nel 2004 la Beat the world records realizza un'operazione di recupero: pubblica sotto il nome di "The Black album" le vecchie registrazioni scartate dalla Capitol records.

Lato b 

Lato a


venerdì 7 ottobre 2011

Radiohead :The sound of a brand-new world





Oggi, 7 Ottobre Thom Yorke, storico leader dei Radiohead compie gli anni e l'autunno arriva a Firenze. Pioggia in piazza Libertà. Le foglie cadono, nuotano nelle lacrime, quelle lacrime provenienti dal cielo arrabbiato e stufo di questo mondo bastardo. Con le scarpe ti ritrovi in una goccia d'acqua, per un attimo, rifletti le speranze e desideri. Il semaforo diventa verde, tra dubbi e mille punti interrogativi si riparte per un nuovo viaggio, alla ricerca di una metà da conquistare. Perché niente è mai dato per scontato, ci sono e sempre ci saranno nuovi orizzonti da calcare, nuove idee per cui combattere. L'importante è non dimenticare i ricordi, quei momenti, brutti o belli, che testimoniano il nostro essere e la nostra esistenza. Parlo per me, il mio motto è una famosa frase di Nietzsche: "La vita senza la musica sarebbe un errore". Ecco, senza quella dose quotidiana di musica che mi sparo in cuffia, non so se sarei la stessa. Potrei essere una persona migliore o peggiore, non sta a me dirlo. Ma una cosa è certa ho una passione che riempie ogni mio respiro. Dopo questa introduzione sdolcinata potrei postarvi qualunque cosa mi passi per la mente, e invece no, per rimaner fedele al titolo e incipit del post, pubblico una playlist delle dieci canzoni che preferisco di una delle migliori, se non la migliore band degli ultimi dieci anni: i Radiohead. Tranquilli, non ho incluso nessun brano da "The King of Limbs" evitando di disturbare le papille auditive più raffinate. 





" Hey, radio head!
The sound...of a brand-new world "





10.I might be wrong



9.Creep





8.Fake plastic trees



7.Idioteque



6.Everything in its right place



5.Knives out




4.How to disappear completely



3.Paranoid Android





2.Subterranean Homesick Alien



1.Street spirit (Fade out)




venerdì 30 settembre 2011

R.E.M. - Green


Nel 1988 gli R.E.M. firmano con la Warner.Poteva essere la fine di un sogno, ed invece fu l’inizio di una nuova epoca. Il gruppo prosegue per la sua strada, continua la collaborazione con il produttore Scott Litt, già su“Document”.Il risultato è “Green”, album in pieno stile R.E.M. , in bilico tra passato e presente. Da un lato emerge l’anima pop scanzonata del gruppo, dall’altro la vena intimista ed impegnata. Su questa doppia natura dei brani Stipe ci scherza, nella canzone d’apertura, “Pop Song 89”, canta ironicamente “Should we talk about the weather? Should we talk about the government? / Parliamo del tempo? Parliamo del governo”?”. Parlerà di entrambi, in “Get Up” e “Stand” i R.E.M. ricalcano lo stile della canzone pop eccellenza: testi solari e melodie orecchiabili.”Get Up” è il primo e forse l’ultimo brano del gruppo, il cui testo sia estremamente comprensibile, fin da primi versi è estremamente chiaro quale sia il significato della canzone:un inno alla vita. Non manca però l’inevitabile gioco di parole , nel ritornello la voce principale canta “Dreams they complicate my life”( i sogni mi complicano la vita”) e la seconda voce contrapposizione risponde “Dreams they complement my life”( i sogni completano la vita).”Stand” è una divertente e riuscita presa in giro delle bubblegum pop songs anni sessanta. E l’idea è così geniale che anche Weird Al Yankovic nel 1989 scrive “Spam”(“ Uhf”), una parodia della parodia. Ma Green non è un album esclusivamente pop, alla leggerezza velata di ironia di canzoni come “Stand” e “Get Up” si contrappone il minimalismo acustico di ballate malinconiche e sofferte(”You Are The Everything”, “Hairshirt”,“The Wrong Child”).Il nuovo approccio non impedisce di guardare al passato recente: “Document”.Non mancano quindi le rock songs, “Orange Crush” (brano contro l’imperialismo americano), ”Turn You Inside Out” (analisi del rapporto tra performer e pubblico), ”I Remember California” sembrano confermarcelo.L’idea iniziale era infatti di dividere l’album in due parti: una elettrica e una acustica. Poi non se n’è fatto più niente e gli R.E.M. hanno preferito un album variegato, ma senza di divisioni di sorta. Piccoli dettagli arricchiscono questo piccolo gioiellino pop/ rock: nel booklet dell’artwork compare per la prima volta le parole di una canzone “World Leader Pretend” e alla fine della tracklist tradizionale, scritta nel retro della copertina, appare una traccia fantasma, senza titolo, nota come “Untitled”.


Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


Streaming


giovedì 29 settembre 2011

R.E.M. - Fables of the Reconstruction


Parlare di “Fables of the reconstruction” (1985, I.R.S.) in termini esclusivamente musicali sarebbe sbagliato. Il terzo album degli R.E.M. è una raccolta di storie. Stipe con i compagni a Londra per registrare l’album è un poeta in terra straniera, ricorda la sua Athens, e lo fa nel suo stile, narrando le favole del Sud. Un tentativo di ricostruire tramite parole, a volte solo sussurrate, ricordi e luoghi. Ricercare se stessi e le proprie origine non è opera facile, gli R.E.M. dimostrano debolezze e fragilità in studio di registrazione, incapaci di trovare un accordo comune sulla via da intraprendere, sono quasi sul punto di sciogliersi, ma alla fine, riescono a catturare le  proprie paure ed ansie, trovando la giusta alchimia con il nuovo produttore Joe Boyd (Nick Drake, Fairport Convetion), che sostituisce la storica coppia Mitch Easter- Don Dixon (Murmur, Reckoning). Su disco si riflette alla perfezione lo stato d’animo cupo e discordante del gruppo, potrebbe essere un difetto in teoria, in pratica non lo è, dopo i primi ascolti si entra appieno nell’ottica dark del disco. Il gruppo abbandona le melodie ed efficaci dei lavori precedenti per sperimentare nuove vie fino ad allora inedite : l’uso solenne di fiati ed archi combinato argutamente con quello dissonante della chitarra di Peter Buck.”Feeling Gravitys Pull” è la chiave del viaggio immaginifico, di cui non importa tanto capire ogni singolo passaggio, quanto lasciarsi  trasportare dalla immaginazione, simboleggiata dalla “forza di gravità”(“Step up, step up, step up the sky is open-armed, When the light is mine, I felt gravity pull / Sali, Sali, Sali il cielo aspetta a braccia aperte, Quando la luce diventa mia,ho sentito la forza di gravità).In “Maps and Legends”, dedicata all’artista Howard Finster (noto per le copertine di “Reckoning” e “Little Creatures”), Stipe si diverte a giocare con il luogo comune dell’artista incompreso, parla di Finster ed in fondo allude al proprio ruolo di paroliere ermetico (“On his own where he’d rather be.Where he ought to be, he  sees what you can’t see, can’t you see that? / Sta da solo, dove vorrebbe essere. Dove dovrebbe essere, vede ciò che tu non riesci a vedere, non riesci a capirlo? “).Comincia poi il lungo cammino  tra le vie immense del Sud degli Stati Uniti, tra i tratti ferroviari  sconfinati (Driver 8), comete lucenti, metafore di amori non corrisposti (Kohoutek) e bizzarri personaggi tra la realtà e l’immaginazione di Stipe : lo strano Mr.Mekis (“Life and how to live it”),  il vecchio Kensey, artista pazzo come Finster e Stipe (“Old man Kensey”)e Wendell Gee, venditore di auto usate di Pendergrass.Non mancano una serie di “saggi” consigli(“Good advices”), le prime critiche allo scenario politico americano (“Green grow the rushes”) e un attimo di spensieratezza (“Can get there from here”).

Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988


Streaming

martedì 27 settembre 2011

R.E.M. - Reckoning



“Reckoning” (1984, I.R.S.)  immortala lo stato di grazia dei R.E.M., ne fotografa la  dirompente voglia di suonare. L’album, prodotto dalla coppia Mitch Easter / Don Dixon e registrato  in due settimane negli studi Reflection di Charlotte (North Carolina), suona fresco e convincente. Dopo il debutto illuminante, ma a tratti ancora acerbo, il gruppo elabora un suo stile personale, che diventerà nel corso degli anni inconfondibile e costituirà il marchio di fabbrica su cui poi investirà senza remore la major discografica Warner. La band non si dirige verso nuove vie, preferendo affermare con determinazione gli stilemi comparsi in Murmur, ed ecco che ricompaiono i testi non-sense di Stipe (cut-up geniali di frasi estrapolate dal contesto), l’armonioso impasto vocale tra voce principale e controcanti e l’immancabile tocco di chitarra di Buck.Ne esce un disco di transizione, non concepito come tale: si intravedono i primi segnali di maturità, il suono di insieme è più compatto  e solido, la intesa tra Stipe e Mills diventa perfetta in ogni singolo passaggio. Con ingenuità e spontaneità i R.E.M. realizzano  l’anello mancante tra l’ep “Chronic Town” e “Murmur” .“Harborcoat”, canzone di apertura, tiratissima e dirompente, ci guida tra i flussi di pensiero e  impulsi visivi di Stipe, sempre aperti alla libera interpretazione. Se non riuscite a capire cosa diamine significhi “Harborcoat”, non siete i soli, “Harborcoat” è un neologismo coniato da Stipe, nato dall’unione di  due parole: “harbour” (porto) e “coat”(cappotto). Diverse frasi e parti di testi sfuggono a una traduzione razionale, con i R.E.M., non c’è nulla da fare, bisogna lasciarsi trascinare dall’immaginazione ispirata dalle trame sonori e dalle tonalità profonde della voce di Stipe.”Seven cinese brothers”, ispirata alla favola dei Cinque fratelli cinesi di Claire Huchet Bishop e Kurt Wiese, è un abile gioco di parole, che si trasforma poi in una dedica  a Carol Levy, fotografa amica della band, morta in un incidente automobilistico (“Seven thousand years to sleep away the pain.She will return, she will return. / Dormire settemila anni per scacciare  il dolore. Lei ritornerà, lei ritornerà”).Il ricordo dell’amica vive in altri due brani “So.central rain “ e “Camera”  : in “So.central rain” Stipe descrive uno scenario tragico, un alluvione interrompe i collegamenti telefonici, in questo contesto si inserisce l’urlo di dolore “I’m sorry” rivolto all’amica morta con i suo sogni (“ the city on the river there is a girl without a dream / la città sul fiume , c’è una ragazza senza un sogno”), in “Camera” Stipe è ancora più esplicito, già dal titolo, allude a Carol Levy, facendo riferimento alla sua passione, la fotografia( “If I’m to be your camera, then who will be your face?/ se deve essere la tua macchina fotografica, chi sostituirà il tuo volto). Se si esclude “(Don’t go back to) Rockville “, dedica alla studentessa universitaria di Athens, Ingrid Shorr , scritta da Mike Mills, le altre canzoni non presentano una narrazione descrittiva, ma  si basano su giochi di assonanza tra parole e musica ( “Second Guessing”, “Letter never sent “ ,”Little America, “Pretty Persuasion”, “Time after Time”).La capacità di divertirsi con le parole come se fossero strumenti da suonare è la magia racchiusa in  questo album. Da riscoprire.



Questa recensione fa parte di uno speciale dedicato alla band di Athens

Qui potete trovare nella sua interezza la parte dedicata al primo periodo : 1982 -1988

Streaming