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venerdì 28 ottobre 2011

Angeli caduti in volo : The Exploding Hearts


Si può suonare anni settanta negli anni duemila senza  risultare pedissequi e banali? Certo che sì, gli Exploding Hearts, quartetto power-pop/ punk di Portland (Oregon) lo fanno con stile. Vien quasi da chiedersi se dietro il bassista Matt "Lock" Fitzgerald, il batterista Jeremy "Kid Killer" Gage, il cantante/ chitarrista Adam "Baby" Cox o il chitarrista Terry Six si nasconda la mano fantasma di qualche vecchio musicista power pop, tale è l'assonanza con sonorità simili ad Undertones, Vibrators, Only Ones, Nerves. Il gruppo statunitense si forma ufficialmente nel 2001 e all'inizio prevede in line-up altri due membri: il tastierista "King" Louie Bankston e il bassista Jim Evans. Per due anni la band si dedica a un'estenuante attività live. Nella primavera 2003 esce l'album di debutto "Guitar Romantic" sulla Dirtnap records, etichetta indipendente di Seattle. Subito dopo l'uscita del disco si crea un forte seguito di fan (in particolare nella West Coast) e il gruppo finisce in copertina su numerose riviste e fanzine come la prestigiosa Maximum Rocknroll.
Non è difficile farsi catturare nella morsa dei "cuori esplosivi", gli ingredienti sono semplici, ma micidiali, un tocco leggiadro di power pop vecchia scuola, sfacciato ed esuberante e una vena punk sbarazzina e disimpegnata.
L'album contiene  dieci brani semplici ed orecchiabili dalla  presa immediata, nuovi classici da ascoltare a palla e suonare in ricordo dei magnifici seventies. Di fronte alla band si prospetta un futuro roseo, un probabile contratto discografico con la storica Lookout Records e un tour nazionale. Il destino infrange i sogni di questi giovani punkettari :il 20 Luglio 2003 il tour bus, di ritorno da un concerto a San Francisco, va fuori strada, Gage, Cox e Fitzgerald muoiono sul colpo. Six si salva con  ferite minori. Nell'autunno 2006 la Dirtnap pubblica "Shattered" compilation che raccoglie brani inediti e versioni alternative o live di canzoni contenute nell'album d'esordio. La speranza ha lasciato spazio alla delusione per una storia che poteva finire diversamente.










Links:
Guitar romantic
Shattered
Intervista

lunedì 24 ottobre 2011

Grown Up, Fucked Up : Jay Reatard

Jay Reatard (1980- 2010) è stato una delle ultime incarnazioni dello spirito rock'n'roll. Parlo al passato, vorrei parlare al presente, ma potrei generare confusione. Jay Reatard, vero nome Jimmy Lee Lindsey Jr. era un ragazzo come non se ne vedono tanti. Se ne fregava altamente delle stupide formalità e apparenze, andava dritto al nocciolo della questione: la musica, con una decisa predilizione per il fuoco sacrale del garage rock. La fiamma della passione scoppiò con i Nirvana tra i 15- 17 anni, cominciò a scrivere canzoni per sfuggire ai problemi della quotidianità ( familiari e scolastici). La direzione musicale di Reatard subì una prima svolta verso il garage quando il giovane Jimmy vide gli Oblivians di Memphis aprire il concerto dei Rocket from the Crypt. Reatard cercò di creare qualcosa di simile e fondò i Reatards, all'inizio one-man band formata esclusivamente da Lindsey alle prese con  canto, chitarra e percussioni (un secchio e un legnetto). Eric Friedl, alias Eric Oblivian degli Oblivians, piacevolmente impressionato dalle prime registrazioni del giovane diciassettenne, offrì a Lindsey di pubblicare un disco sulla sua etichetta, la Goner Records. Nel 1998 esce il primo ep "Get Real Stupid" sotto il nome Reatards e Lindsey adotta il nickname d'arte Jay Reatard.
Lo stesso anno compare il primo full lenght dei Reatards "Teenage Hate", a Jay Reatard per l'occasione si uniscono Steve Albundy (basso) e Elvis Wong Reatard (batteria).
Il disco è un concentrato esplosivo di garage al fulmicotone con forti venature punk. I Reatards, estranei a formalismi e manierismi, producono un album istantaneo e istintivo, con il gusto di fotografare la furia adoloscenziale. Rabbia e follia si incrociano alla perfezione, ne esce un ritratto grezzo e disadorno della realtà quotidiana circostante.


Nel 1999 segue il secondo album "Grown up, Fucked up", degna prosecuzione del debutto. Se è possibile, i Reatards spingono ancora di più sull'acceleratore, il risultato è una raccolta di sedici brani tiratissimi, capaci di  trascinare e scuotere come uno straccio l'ascoltatore. 


Nel 2000 Jay Reatard con la fidanzata Alicja Trout (tastiere e chitarra) e  Rich Crook (batteria) forma il side-project "Lost sounds", dedito a sonorità synth-punk. Influenzati da band come Screamers, i Lost Sounds pubblicano ben quattro album ("Memphis is dead", "Black-Wave", "Rat's Brains and Microchips", "Lost Sounds") tra il 2001 e 2004, nel 2005 si sciolgono. In contemporanea ai Lost Sounds ed altri progetti vari  che vedono Reatard molto impegnato (the Bad Times, the Final Solutions e Angry Angels), prosegue, anche se a rilento, la carriera dei Reatards, escono vari ep ("Reatards", "Monster Child", "Plastic Surgery"). Per un breve periodo la band si scioglie, Reatard la riforma e nel 2005 esce l'ultimo album del gruppo "Not fucked enough". 

Nel 2006  Jay Reatard intraprende la carriera solista con l'uscita su Goner Records del singolo "Hammer  I miss you", su la In The red segue l'album di debutto "Blood Visions". Non manca l'inconfondibile impronta garage degli esordi, ma in questo caso il suono d'insieme si arricchisce di un tocco pop che ricorda la migliore tradizione power pop. Nel seguente ed ultimo album solista di Reatard "Watch me fall" (2009) la vena pop è ancora più accentuata. Nel Gennaio 2010 Reatard viene ritrovato morto nella sua casa a Memphis. Si spegne, inaspettatamente, una fiamma del rock'n'roll. Sarà difficile bruciare senza le vampate di fuoco di Rock'n'roll di Jay.




Links:
Discografia Reatards
Discografia Lost sounds
Discografia Jay Reatard

lunedì 29 agosto 2011

The Undertones - The Undertones

Artista : The Undertones
Titolo : The Undertones (seconda versione, ottobre 1979)
Genere : Punk
Anno: 1979

Gli Undertones sono fra gli esponenti di punta del punk nord irlandese insieme a Stiff Little Fingers, si differenziano da quest'ultimi per l'irrefrenabile propensione a melodie pop scacciapensieri. Nati nel 1975, sono ancora in attività con una line up leggermente diversa: lo storico cantante dell band, Feargal Sharkey, contrario alla reunion (avvenuta nel 1999), è stato sostituito da Paul McLoone. Tutto cominciò, come spesso accade, grazie alla voglia divertirsi di cinque amici, Feargal Sharkey, due fratelli chitarristi John e  Damian O'Neill, Michael Bradley e Billy Doherty.Inizialmente influenzati da Beatles, Small Faces, Lindsfarne e dediti per lo più a covers, con l'avvento del punk, e soprattutto dei Sex Pistols, fonte di folgorazione per molte band di quell'epoca, il gruppo cambia registro e si dedica esclusivamente a comporre e suonare brani graffianti e concisi, venati da un immancabile tocco pop. Una dura gavetta tra locali minori, scuole, sale parrocchiali e feste scout, rafforza e fortifica il gruppo e lo rende pronto per il fatidico primo passo discografico.
Nel Marzo 1978 la band registra una cassetta demo alla Magee University di Derry e ne spedisce diverse copie a numerose case discografiche con scarsi risultati.La band non demorde e tenta la fortuna, facendo un ultimo tentativo: richiede a John Peel, dj della BBC Radio 1 di mandare in onda il disco durante il suo programma. Il vento soffia dalla parte degli Undertones ed il fato vuole che Peel venga catturato dal demo speditogli dal gruppo. La strada è ormai tutta  in discesa, nel Giugno 1978 la band registra il primo ep "Teenage Kicks" pubblicato sulla Good Vibrations, etichetta dell' amico Terry Hooley, proprietario di un negozio di dischi a Belfast. Nel Settembre 1978 il contratto con la Sire Records è la ciliegina sulla torta, gli Undertones sono pronti per il primo album. "The Undertones", registrato nel Gennaio 1979 agli Eden Studios ad Acton,Londra e prodotto da Roger Bachirian, vede la luce nella prima versione   (Maggio 1979) e nella seconda versione (Ottobre 1979) con l'aggiunta dei singoli Teenage Kicks, Get over You, Jimmy Jimmy, Here Comes The Summer.
Ne esce fuori un ottimo cocktail fresco e rinfrescante di power pop con ricorrenti sferzate punk. Fin dal primo istante le melodie pop si fissano in mente ed è facile ritrovarsi a canticchiare da soli come pazzi a lavoro o a scuola brani come Here Comes The Summer, Jump Boys, True Confessions, I Gotta Get. Qualsiasi canzone contiene un ritornello killer, siamo difronte a  sedici potenziali singoli.Accosterei, azzardando un paragone, l'infallibile feeling degli Undertones con le melodie a quello dei Beach Boys, seppur con le dovute proporzioni. Adoloscenza e  ragazze imperversano nei testi degli Undertones come in quelli dei Beach Boys, peccato che i ragazzi della spiaggia non abbiano conosciuto la potenza e l'irruenza punk. Niente di male, ci pensano gli Undertones, perfetto anello di congiunzione tra l'armonia pop e le schitarrate punk.









giovedì 23 giugno 2011

Cheap Trick- In Color


Artista: Cheap Trick
Titolo: In Color
Genere: Power Pop, Classic Rock, Hard Rock
Anno: 1977

Tracklist :
1.Hello There
2.Big Eyes
3.Downed
4.I Want You to Want Me
5.You're All Talk
6.Oh Caroline
7.Clock Strikes Ten
8.Southern Girls
9.Come on, Come on
10.So Good to See You

Volete sapere come suona "In Color", secondo album dei Cheap Trick. Bene, provate a immaginare una sorta di pseudo rock band divertita a mescolare sonorità hard rock alla AC/DC con  melodie pop alla Beatles. Forse starete per vomitare, mi auguro di no.Non c'è motivo di fare gli schizzinosi. Non sto mica parlando di una squallida glam-hard-rock-pop-band anni ottanta, in fissa con la solita canzone da vent'anni per strappare gli urletti delle allora ragazzine ventenni e delle ormai milf quarantenni. Certo, non si può nascondere, anche i Cheap Trick avevano il loro belloccio di turno, il cantante  Robin Zander dalla folta chioma bionda (altro che il caschetto striminzito di Nino D'angelo), ma dietro la zazzera di capelli si nascondeva un tipetto furbo, che insieme ai compagni di viaggio, Rick Nielsen( chitarrista uscito da qualche strano cartone animato), Bun E. Carlos (batterista), Tom Petersson ( bassista), è stato  in grado di trovare la propria cifra stilistica.Pop quanto basta per accattivarsi il pubblico e un pizzico di hard rock per alzare le corna al cielo e sfrecciare sull' Harley-Davidson nuova di zecca sull'autostrada. Cavoli, ho descritto la copertina senza volerlo.Beh, che dire i Cheap trick sono sinceri, ti sbattono la verità su muso senza vedere fumo con copertine psichedeliche o artistiche, fatte per fare figo.Cosa ci si può aspettare da due rockettari su una moto ruggente? Che domande! Una dose genuina di rock ben prodotto e arrangiato, oh yes, all right!"I was made for loving you, you were made for loving me!"Ops, scusate ho sbagliato gruppo. "I want you to want me, I need you to need me". Ecco, ora va meglio. Cribbio, mi ero confusa con la ballatona dei Kiss.Senza troppo giri di parola, mi tolgo il dente (topolino, aspetto i soldi), alla fin dei conti "In Color", è un disco piacevole, senza troppe pretese da finti intellettuali, coniuga con abilità grinta e delicatezza. Se volete formare la vostra band pop-rock dovete partire da questo dischetto o dallo strepitoso live della band al Bundokan, cari miei.











sabato 14 maggio 2011

Cover experience

La colonna sonora  per il film commedia "Pump up the volume"(1990) di Allan Moyle, vede la collaborazione di due mostri dell' Hardcore-punk americano, Henry Rollins e Bad Brains.
Non si tratta di una coposizione originale, ma di una cover, e che cover."Kick out the jams" degli MC5, storica proto-punk band di Detroit, in attività tra fine degli anni sessanta e inizio settanta.Qualsiasi altra band, molto probabilmente avrebbe rovinato la canzone originale, privandola di quella carica esplosiva micidiale che l'ha contraddistinta nei decenni.Ma non è il caso di Rollins e Bad Brains.Anzi.Il brano riceve nuovo smalto, con in più un tocco di nichilismo, rigorosamente hardcore.La cover meglio dell'originale?Ecco, senza sbilanciarsi troppo, sicuramente una cover degna della folle atmosfera dell'originale
Cover:
L'originale dal debut-live album degli MC5(1969):



Pensate che l'ora delle cover sia finito? Niente affatto.Proprio ieri mi è arrivato in formato cd il Red Album dei Weezer. L’occhiolino mi cade subito tra le  due Bonus tracks.Magia delle magie, scorgo il titolo “Life is what you make it”.Sobbalzo sulla sedia e mi metto subito all’ascolto del cd. Proprio come immaginavo, i Weezer hanno coverizatto uno dei tanti gioiellini pop dei Talk talk, Life is what you make it, uno dei singoli di punta di “The colour of spring”, album di transizione pop/art-rock per la band di Mark Hollis.Si storce quasi sempre il naso davanti alle cover. In questa occasione non mi riesce proprio, adoro l’opera compositiva di Mark Hollis, artista a 360 gradi, capace di passare da un pop commerciale, ma mai banale, alla sperimentazione tra jazz, rock, musica ambient. E che dire di Rivers Cuomo, leader dei Weezer, genietto pop degli anni novanta/duemila, che ha messo in pratica, rasentando la perfezione, la lezione melodica di Beach Boys/Beatles e le chitarre rumorose sul filo dell’armonia dei Pixies.Le mie sinapsi uditive, catturate, direi quasi ipnotizzate, dal suono sporco di chitarra, influenzano fortemente il mio senso critico.E’ impossibile, non ce la faccio, è più forte di me, non posso esprimere un parere negativo sul rifacimento di Life is what you make it da parte dei Weezer.Però ripensandoci non è così,una mia opinione, ascolto dopo ascolto, l'ho maturata.Nonostante riconosca che come cover sia discutibile e che quindi l'effettiva riuscita del brano sia opinabile, non riesco a smettere di ascoltarla.Catturata, attratta inconsapevolmente da quella dannata chitarra rumoreggiante per tutta la durata del brano.

Weezer version:
L'originale da "The colour of spring"(1986):

martedì 19 aprile 2011

Weezer - Blue Album

Artista: Weezer
Titolo: Weezer (Blue album)
Genere: Power pop
Anno:1994
Tracklist:
1.My name is Jonas
2.No one else
3.The world has turned and left me here
4.Buddy Holly
5.Undone-The sweater song
6.Surf wax America
7.Say it ain’t so
8.In the garage
9.Holiday
10.Only in dreams

Chitarra nell’angolo, poster di gruppi metal attaccati alla porta, fila di fumetti della Marvel sul comodino. Così mi immagino la cameretta del giovane Rivers Cuomo. Le giornate passano a leggere X-men, guardare la sit-com preferita, suonare nel garage di casa. Strumenti sparsi sul pavimento, divertimento a non finire. Ridendo e scherzando, dopo numerose registrazioni home-made soliste, Cuomo sperimenta per la prima volta l’idea di band, forma nel 1989 un gruppo progressive metal, gli Avant Garde(poi Zoom).Il gruppo dura il battito di un occhio, si scioglie nella primavera del 1990 dopo una serie di concerti nel Connecticut, ma Cuomo non si perde d’animo. Nel Febbraio 1992 dà vita a un nuovo progetto, i Weezer. E’ la volta buona. Cuomo & Company vengono messi sotto contratto dalla DGC (succursale della Geffen) nel Giugno 1993. Il 10 maggio 1994 esce il disco di debutto Weezer prodotto da Ric Ocasek( leader della band eighties Cars) e denominato “Blue album” per il colore blu della copertina. Dieci tracce di guitar pop melodico. Un raggio di sole nella cupezza grunge. La freschezza di un bicchiere di limonata in un caldo pomeriggio di Agosto. La scuola è finita. Un gruppo di amici si ritrova in occasione di una festicciola a provare nello scantinato. La testa si perde tra echi di Pixies (Undone- The sweater song) e i poster dei Kiss tappezzati sulla parete “on the wall,My favorite rock group, Kiss. I’ve got Ace Frehley. I’ve got Peter Criss.”(In the garage).Il garage è una terra lontana dove nessuno ci può sentire.” Let's go away for a while. You and I to a strange and distant land.”(Holiday).Bagagli all’aria trascinati dal vento. A pochi chilometri il mare ci aspetta, manca solo la tavola da surf”The sea is foamin’ like a bottle of beer,The wave is comin’, but I ain’t got not fear”(Surf wax America).Al tramonto, inizia il concerto in spiaggia. Cuomo suona, non perde di vista la ragazza dei suoi sogni. Fantastica, immagina la sua dolce metà tutta per sé(No one else, The word has turned and left me here, Only in dreams). Lei è Mary Tyler Moore, lui è Buddy Holly, al diavolo cosa pensano le altre persone. Per un giorno si può fingere di essere finiti in Happy days, all’alba torna tutto come prima. La solita routine stressante del college.



” Woo-ee-oo, I look just like Buddy Holly. Oh-oh, and you’re Mary Tyler Moore. I don't care what they say about us anyway.”(Buddy Holly).



Recensione pubblicata anche su The Wave Lenght


martedì 12 aprile 2011

C'era un volta...il power pop : Shoes- Present Tense


Artista:Shoes
Titolo:Present tense
Genere:Power pop
Anno:1979
Tracklist:
1.Tomorrow Night              
2.Too Late        
3.Hangin' Around With You        
4.Your Very Eyes                
5.In My Arms Again           
6.Somebody Has What I Had                
7.Now and Then        
8.Every Girl               
9.I Don't Miss You              
10.Cruel You             
11.Three Times(See Me-Say It-Listen)            
12.I Don't Wanna Hear It
Se avete amato alla follia il Blue album dei Weezer, appuntatevi sul block-notes il nome “Shoes”. Non rimarrete delusi. In pieno punk e poi post-punk, gli Shoes, band dei fratelli John e Jeff Murphy, formatasi nel 1974 nell’Illnois, ci regala per il primo anno di contratto sotto major, Present Tense(1979), album che raccoglie 12 splendide perle pop, perfette per ballare alla festa del liceo. Già me li immagino gli Shoes a suonare in un angolino della palestra della scuola. Bibite, pop corn, patatine, panini, dolci a volontà, gavettoni e tanto “ammore”. Le luci si accendono, il concerto comincia. Nessuno riesce a stare fermo, tutti si danno alla pazza gioia e anche chi rimane seduto a sorseggiare un bottiglia di birra, muove il piedino a tempo sotto le gambe del tavolo. Mamma mia, questa recensione sembra la trama de “Il tempo delle mele”, aspettatemi se trovo il telecomando, cambio canale, ero finita su Studio aperto. Rieccomi, pronta per ricominciare. A parte le battute, mi sa  che scherzando, ci ho proprio indovinato. I testi degli Shoes molto teenage oriented, sarebbero stati perfetti come colonna sonora di qualsiasi film/telefilm adolescenziale, chennesò il primo nome che mi viene mente è Oc. Tra cuori spezzati (“Don't say goodbye 'cause you're the one that I need/ Don't say goodbye, you know you're special to me”, Tommorow night), bugie in amore (“Every time I see you, oh, I wish I could believe you”, Too late) , rapporti complicati (Cruel you, I don’t wanna hear it, I don’t miss you) e storie a lieto fine ( In my arms again), ce n’è per tutti i gusti. Manca solo una spiaggetta dove radunarsi a cerchio intorno al fuoco  e cantare accompagnati da una chitarra. Eppure i Beach boys mi sembrava di averli visti, suonavano i Ramones. Mi sarò sbagliata, devono essere gli shoes che mi fanno questo effetto. Prometto, da domani smetto, ma per oggi continuo ad ascoltarmi Presente tense.


Recensione pubblicata anche su The Wave Lenght