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mercoledì 19 ottobre 2011

Non si esce vivi dagli anni novanta: Hazel- Toreador of love

"Toreador of love"(1993), debutto degli Hazel ( gruppo minore del rooster Sub pop anni novanta), è uno di quei dischi che non ti ricordi minimamente di avere, per mesi nelle migliori delle ipotesi o per anni nelle peggiori, è rimasto sepolto da decine, centinaia di copertine. Poi, per caso, alla ricerca di Bleach o Doolittle te lo ritrovi tra le mani. Ed allora al diavolo alla polvere e il tempo, ti viene voglia di riascoltarlo e riassaporare, goccia, goccia, quel dannato suono anni novanta. Perché è bene dirlo "Toreador of love" è maledettamente anni novanta, un incrocio pazzoide e senza senso di Pixies, Dinosaur Jr., Fugazi e L7 sotto l'effetto di calmanti. In alcuni passaggi viene quasi da chiedersi se si tratti di un disco dei Pixies senza Frank Black e Kim Deal, rapiti da due musicisti bricconcelli di Portland in compagnia di un ballerino freak. Fin dalla copertina si sente quell'odore unico dei nineties. Aperta la custodia riaffiorano ricordi di quanto erano belli quegli anni o per i più giovani rimpianti senza fine per essere nati troppo tardi, a rivoluzione finita, con "Pretty fly" degli Offspring. Diamine, la bieca commercializzazione della musica ci ha reso sordi di stimoli. Dischi come "Toreador of love" rimembrano alle orecchie le giornate gloriose della musica indipendente e di quella inesperienza, banale, ma genuina.



Breve biografia degli Hazel:
Gli Hazel, nati nel 1991, vengono dalla florida scena di Portland (vedi Heatmiser di Elliott Smith). La line-up prevede Pete Krebs alla chitarra e voce, Brady Smith al basso e Judy Bleyle al batteria e voce. La band è quasi sempre in compagnia di uno strambo ballerino, mascot del gruppo, Fred Nemo. Il gruppo firma con la prestigiosa label indipendente di Seattle (patria del Grunge), la Sub pop. Nel 1993 esce l'album di debutto, "Toreador of love", che riscuote un buon successo, in virtù della pregevole combinazione vocale tra il chitarrista Krebs e la batterista Bleyle. Nel 1995 segue "Are you going to eat that ?". Gli equilibri sono ormai incrinati, Krebs propende per una carriera solista e Bleyle è sempre più impegnata con il side-project Team Dresch e  l'etichetta Candy-Ass. Il gruppo  ben presto si scioglie e Krebs pubblica tra il 1995 e il 2002 album all'insegna della miglior tradizione cantautorale americana e trova il tempo di collaborare con l'amico di vecchia data Elliott Smith.

Highlight:


Links:


lunedì 1 agosto 2011

Mudhoney- Superfuzz Bigmuff



Artista : Mudhoney
Titolo: Superfuzz Bigmuff
Genere : Grunge
Anno: 1988


Tracklist:
1.Need
2.No One Has
3.If I Think
4.Chain That Door
5.Mudride
6.In 'n' Out of Grace






Nella storia del Grunge, tra Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam, i Mudhoney meritano un posto di tutto rispetto. Non per nulla, i Mudhoney e Pearl Jam provengono dallo stesso background:non si dimentichi infatti che dalle ceneri dei Green River nascono  Mudhoney e Mother Love Bone (poi futuri Pearl Jam). Una parte dei Green River, Jeff Ament e Stone Gossard, bassista e chitarrista, formano i Mother Love Bone nel 1987 e l'altra, Mark Arm e Steve Turner, cantante e chitarrista, danno vita nel 1988 ai Mudhoney, nome del gruppo scelto in omaggio al film di Russ Meyer. Ad Turner ed Arm si aggiungono Matt Lukin al basso (fuoriuscito dai Melvins) e Dan Peters alla batteria.

Nello stesso anno i Mudhoney pubblicano sotto la supervisione di Jack Endino ( il produttore grunge per eccellenza  e chitarrista della grunge band Skin Yard)  il primo ep su Sub Pop "Superfuzz Bigmuff". Ed entrano nella storia. "Superfuzz Bigmuff" mette a fuoco le idee ancora confuse presenti nell'album e nei vari ep dei  Green River, "Rehab Doll"(1988) e  "Come on Down" (1985) , "Dry as Bone" (1987). Il suono diventa compatto e pesante senza facili dispersioni onanistiche.Ricorda il sapore  crudo di una bistecca al sangue appena cucinata e pronta ad essere gustata. Un effetto simile, fuor di paragone culinario, suscitano i rudi deliri trasbordanti e disordinanti prodotti dai Mudhoney. Finalmente il disordine riesce ad essere piacevole, come avviene in molte camerette, il disordine è  ordine creativo.L'ordine destabilizza, a  malapena riusciremmo a trovare un  calzino, figuriamoci noi  stessi.Il disordine diventa quindi gradevole, in quanto ogni cosa rimane al suo posto dove l'abbiamo lasciato il giorno prima. Ed è confortante, è facile perdersi e ritrovarsi  in un piacevole rumorio rabbioso e ben motivato.Ritmi maledetti che ti entrano dentro e non escono più. Capita di ritrovarsi in una tranquilla giornata primaverile a pogare come pazzi in giardino senza sapere perché, anzi il motivo lo sappiamo, il vicino ha appena comprato Superfuzz Bigmuff.



giovedì 3 marzo 2011

I feel stupid and contagious : Nirvana - Bleach




 “Smells like teen spirit”. Il titolo dice già tutto. Ogni parola risulterebbe superficiale. Per antonomasia è la canzone simbolo per la generazione di rockers anni novanta. Un riff di chitarra immarcescibile, indimenticabile, rabbia giovanile tramutata in note, l’inadeguatezza dell’inquieto vivere tradotta in un ritornello, straripante di insofferenza maledetta e auto svilimento( “I feel stupid and contagious”). Il brano è tratto da “Nevermind”,  la fine dell’inizio del verbo cobaniano. Milioni di copie vendute in tutto il mondo, tour sold out, la fama all’improvviso soffocano la vena poetica decadente di Cobain, affogato nel mar nero come il petrolio. Qual è la foce del fiume, per restar in furor di paragone? Era solo il 1989, un gruppo di ragazzi tra Olympia e Seattle, uniti dalla passione per la musica, incidono su etichetta Sub pop il disco d’esordio “Bleach”. Tuffo ad occhi chiusi nella melma grezza, ruvida, corpi sporchi immersi nel fango del dolore. Rigetti di parole, vomito di emozioni, tra conati di ira furiosa( “Negative creep”, “Floyd the barber”, “Downer”) e riflessioni introspettive urlate(“ Sifting”, “Scoff”, “Swap meet”,”Big cheese”). Guardarsi allo specchio e avere voglia di spaccare i vetri con  un pugno. Soffrire, ma non riuscire a piangere. Ferita difficile da rimarginare. Per scaricare la tensione si finisce per ritrovarsi a strappare le pagine del diario dei ricordi(“Paper cuts”), senza capire perché. Calmate le acque, al tramonto, scende qualche lacrima silenziosa, riflesso del caos cosmico interiore. La vita è una guerra contro noi stessi. Piccoli quadri impressionisti, la cornice è rovinata, i contorni sfocati, ma i colori di piccole storie sono  più accesi che mai, espressivi come gli occhi di una ragazza al calar della luna(“About a girl”). Prima dei nirvana l’avevano capito i Black Flag nel lontano 1983 con l’album  dal titolo significativo“ My war” , affresco nichilista e rassegnato. Le canzoni sono come incendi in un fuoco di paglia, infiammato dal cantato sgraziato di Henry Rollins, accompagnato dalle scale di chitarra strazianti, corrosive, aggressive di Ginn per sottolineare quanto è duro superare il muro del conflitto per affermare il propria prospettiva(in “I cant’t decide”, Rollins urla insofferente ripetutamente “I can’t decide anything”).

Bleach(1989,Sub pop)



" I'm a negative creep and I'm stoned !"





"I can't decide,I can't decide, I can't  decide anything"