A volte le cose non vanno come vorremmo che andassero. E' deludente, ma è così. A Jackson C. Frank è andato tutto storto. La passione di Jackson C. Frank per la chitarra e per la musica nasce di fatto in ospedale, quando a scuola esplode la caldaia e il giovane Jackson C. Frank, appena undicenne, si ritrova varie ustioni su buona parte del corpo. Le sei corde allietano il suo ricovero in ospedale, un dottore gli regala la prima chitarra. Da quel giorno Jackson C. Frank non si staccherà mai dalla chitarra, ma il destino crudele (anche se sembra retorico dirlo) farà di tutto perché Jackson C. Frank abbandoni le sette note. Nel 1964 grazie ai soldi dell' assicurazione (arrivati in ritardo) l'allora ventunenne Jackson Carey si trasferisce in Inghilterra e a Londra condivide un appartamento con Paul Simon e Art Garfunkel. Simon impressionato dal talento di Frank, decide di produrne nel 1965 il primo album omonimo, rilasciato solo nel Regno Unito. Il risultato è più che ottimo, dieci splendidi brani di folk struggente, che ti prendono e non ti lasciano più. Un cuscino di armonie su cui piangere e non sentirsi soli. Ma il successo di pubblico, manco a farlo apposta, non arriva, anche se, a onor del vero, non mancano gli apprezzamenti di colleghi illustri, fortemente influenzati dalla vena malinconica di Jackson C. Frank: Paul Simon, Al Stewart, Drake, Sandy Denny. La paura di esibirsi sul palco, i problemi finanziari, il blocco dello scrittore segnano la fine della carriera musicale , Jackson Carey si sposa con una modella e nel 1969 ritorna negli Stati Uniti. Di stanza a Woodstock continua a scrivere, i problemi familiari (la morte del figlio e della madre), e la conseguente depressione lo portano a vivere come homeless a metà degli anni settanta, tra la strada e gli ospedali. Nel 1984 prova a rientrare nel mondo della musica, va a New York, cerca di contattare Paul Simon, ma ogni tentativo è vano. A metà degli anni novanta l'ultimo barlume di luce, Jim Abbott, un fan del folk, riscopre l'opera musicale di Jackson C. Frank e viene in aiuto del folk singer. Jackson C. Frank ricomincia a comporre e ad fare qualche perfomance live. Ma anche questa volta, niente lieto fine, Jackson C. Frank diventa cieco a causa di un proiettile vagante e dopo qualche anno, nel Marzo 1999 muore. Jackson C. Frank non c'è più, il destino gli (ci) ha giocato un brutto scherzo. L'unica magra consolazione è ascoltarci il suo primo ed unico album. Una perla da non lasciarsi sfuggire: Jackson C. Frank è già
morto una volta, facciamo in modo che non muoia di nuovo, sepolto dall'oblio.
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mercoledì 28 dicembre 2011
giovedì 28 luglio 2011
Elliott Smith - Elliott Smith
Artista : Elliott Smith
Titolo : Elliott Smith
Genere : Singer/Songwriter, Lo-Fi, Slow-core
Anno : 1995
Tracklist :
1.Needle in the Hay
2.Christian Brothers
3.Clementine
4.Southern Belle
5.Single File
6.Coming Up Roses
7.Satellite
8.Alphabet Town
9.St. Ides Heaven
10.Good to Go
11.The White Lady Loves You More
12.The Biggest Lie
"I'm the wrong kind of person to be big and famous"
Elliott Smith
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Titolo : Elliott Smith
Genere : Singer/Songwriter, Lo-Fi, Slow-core
Anno : 1995
Tracklist :
1.Needle in the Hay
2.Christian Brothers
3.Clementine
4.Southern Belle
5.Single File
6.Coming Up Roses
7.Satellite
8.Alphabet Town
9.St. Ides Heaven
10.Good to Go
11.The White Lady Loves You More
12.The Biggest Lie
"I'm the wrong kind of person to be big and famous"
Elliott Smith
La società contemporanea è malata di protagonismo, giovani e meno giovani cercano il successo ad ogni costo, anelano fastidiosamente a 15 minuti di effimera fama. Elliott Smith, il più importante cantautore americano degli anni novanta, non desiderava il successo, per sua stessa ammissione, in un'intervista a una televisione olandese si dichiarava la persona sbagliata per diventare famoso. E diamine, queste parole sono così vere che fanno male, se si considera la tragica fine di Smith, due coltellate al cuore, e addio per sempre a quel tocco genuino, inimitabile, unico nella sua disarmante sincerità. "Elliott Smith" (1995) è il suo secondo disco, uno dei tanti piccoli gioielli scritti dal cantautore di Portland. La verità fa male e Smith te la sbatte dritta in faccia, il dolore, la depressione, le angosce, le ansie, le paure, la soggezione, l'abuso di sostanze. La poesia di strada si fonde a raffinate trame sonore, la chitarra acustica fa da cantore alle emozioni del momento.
Le pause, la ripetizioni di note, il fingerpicking non sono banale manierismo, ma assumono un profondo significato comunicativo, quella voglia, quasi violenta, di esternare il proprio disagio per sentirsi meglio.Quasi un disco heavy, non nella forma e struttura ovviamente, ma nell'attitudine e imprinting. Emerge dal più profondo quel desiderio recondito di gridare la propria rabbia.Il dissapore per l'ambiente circostante sempre più forte tanto quanto si fa più debole l'ipocrisia dei ciechi di cuore.Non sì può fare niente, solo farsi guidare dall'istinto.Evitare che la sofferenza si protragga e aggravi, e tuffarci in fiumi disperati di parole per sentirci meno soli di fronte alle difficoltà della vita, tanto bella quanto bastarda. Lasciare scivolare l'amarezza e senza timore combattere le ferite aperte e mai rimarginate. Una frase, una melodia forniscono la possibilità di fronteggiare i propri limiti, risvegliano, rafforzano la nostra corazza di fronte al mondo affollato, ma vuoto, quando hai bisogno di una mano per uscire dall'abisso della solitudine più nera.La potenza della musica, e in questo caso, delle canzoni di Smith, aiutano a destarci e a provare ad uscire dal tunnel della tristezza."Elliott Smith" è uno dei dischi da ascoltare nella vita, non un semplice album, ma parte integrante di un quadro, il quadro, a tinte forti, del vivere sofferto.
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