mercoledì 1 ottobre 2014

Il Fu Kindergarten



Per qualche mese- da marzo ad ottobre 2013 - ho contribuito alla rubrica "Kindergarten" di Moby dick  Radio due. Prima che Kindergarten chiudesse i battenti, mi ero dedicata, anima e corpo, all'ascolto e recensione di una serie dischi, colgo l'occasione per pubblicare la Kindergarten di Marzo 2014 (mai edita):


Go!Zilla “Grabbing a Crocodile”, Black Candy Records/ Audioglobe 2013
I Go!Zilla, giovane duo fiorentino, hanno appena due anni di vita e già centinaia di concerti- in Europa e in Italia - alle spalle. Non sono una band da studio, di quelle che trascorrono ore ed ore a trovare il suono giusto. Il ritmo del rock’n’roll i Go!Zilla ce l’hanno già nel sangue e il primo EP omonimo (Santa Valvola Records, Giugno 2012) e il sette pollici “I’m bleeding” (Surfin Ki Records) non sono nient’altro che un pretesto per girare in  lungo e il largo lo stivale – e non solo – a suon di garage rock.  “Grabbing a Crocodile” (Novembre 2013), primo album vero e proprio, è un esordio al fulmicotone : Luca Landi (chitarra/voce) e Fabio Fausto Ricciolo (batteria/seconda voce), musicisti punk nell’animo e psichedelici nella mente, sfornano un suono viscerale e travolgente, che non manca di aperture a un pop lisergico  ( “Dazed dream”).

Rev Rev Rev “s/t”,  Autoproduzione 2013
La musica dei Rev Rev Rev, quartetto di Modena, formatosi nell’estate del 2011, si riallaccia alla tradizione musicale anglo- americana della fine degli anni 80’, inizia anni ’90 e in particolare allo shoegaze, genere caratterizzato da composizioni con in primo piano cascate di feedback, distorsioni e riverberi. Nel loro primo album omonimo, uscito ad Ottobre 2013, la band racchiude questo mondo sonoro e riesce a farlo proprio. Nonostante si rifacciano a stilemi ben definiti, i vari brani nella loro struttura si presentano nuovi e freschi. I suoni del “passato” recente (anni 90) si calano alla perfezione nel presente. I r.r.r.  ricompongono i pezzi sparsi del puzzle e creano, ricostruendo vecchi immaginari di riff dissonanti.

Tempelhof “Frozen Dancers”, Hell Yeah Recordings  2013
I Tempelhof (nome ispirato all’ omonimo aeroporto berlinese), duo elettronico mantovano, nemo propheta in patria, incidono nel 2009 per la Distraction Records, etichetta indipendente di Newcastle. Il primo album “We were not there for the beginning, we won’t be there for the end”è in bilico tra atmosfere eteree e sognanti (tipiche di certo dream pop) e matrice ambient- techno: ritmi dilatati e rarefatti.  Con il passaggio-  nel 2012- alla emiliana Hell Yeah Recordings il gruppo comincia a sperimentare nuove strade: dopo la pubblicazione di due EP (“You K” e “City Airport”) e remix vari arriva il secondo album “Frozen Dancers”, disco di transizione tra l’ambient degli esordi e contaminazioni dubstep, che danno vita a pezzi più uptempo. I vari brani non si muovono entro margini ben definiti, quasi a non volere una linea guida ben precisa. Il risultato è un disco – volutamente- disomogeneo, che lascia i confini aperti alle produzioni a venire.

Le Maschere di Clara “L’Alveare”,  Materiali Musicali/Audioglobe 2013
“L’Alveare”, secondo album de Le Maschere di Clara, prosegue il percorso intrapreso dal gruppo nelle precedenti pubblicazioni discografiche – l’EP “23” (Jestrai Records, 2009) e il primo disco “Anamorfosi” (Black Widow, 2010) : l’idea di oltrepassare la linea di demarcazione tra elementi musicali classici e trame sonore rock. Tutti e tre i componenti della band - Lorenzo Masotto (voce, basso, piano), Laura Masotto (voce e violino elettrico) e Bruce Turri (voce, batteria) – vengono da studi classici e ciò si percepisce anche a un ascolto distratto. Il disco non ha però una matrice classica, tutt’altro, è a tutti gli effetti un disco rock d’avanguardia, dove il termine “avanguardia” è da intendersi come sperimentazione di nuove combinazioni stilistiche. Le Maschere di Clara, lontani dall’essere l’ennesimo gruppo neo-prog - legato a formule compositive stantie e datate – sono un gruppo capace di fondere poesia e musica: tutti i brani, ognuno dei quali dedicato a un poeta o a un scrittore, sono un connubio - quasi perfetto – tra eleganza classica e ruvidezza rock.



Alkene “Hamartia”, Moscow edizioni 2013
Gli Alkene, nati a Trieste nel 2009, pubblicano il primo album “Hamartia” (letteralmente “errore” in greco) ad Aprile 2013 . I friulani riprendono il discorso musicale, introdotto dall’EP dell’esordio (“Il Rogo”, 2009), e cambiano alcune componenti. Vengono meno il lato più sporco, l’anima più elettrica degli inizi (che riemerge a tratti in alcuni episodi, “Attesa”). Il suono d’insieme è minimale e scarno, semplice in superficie – all’apparenza- e complesso in profondità : brani con una struttura pop  e con sovrastrutture elettroniche, che alle volte si intrecciano alle trame sonore principali (“Julie”). Anche la voce diventa un strumento o quantomeno viene trattata come tale, si inserisce e unisce alla musica, divenendo un tutt’uno con quest’ultima. Gli Alkene hanno buone capacità di scrittura, prova ne è “Hamartia”. Primo passo verso la ricerca di  una formula musicale personale.


Secondo Appartamento “s/t”, Audioglobe 2013
Dopo una solida gavetta di concorsi - Sete Sois Sete Luss, Lucca Summer Giovani, Rock Contest- i  Secondo Appartamento danno alle stampe il primo album. Il gruppo, nato inizialmente come duo, si allarga a una formazione a cinque: Guido Legnaioli (voce, chitarra acustica, chitarra elettrica), Martina Agnoletti (voce, oboe, xilofono, ritmiche), Riccardo Nuonno (basso) e Giuliana Ancillotti (pianoforte, organi, xilofono) e Patrizio Castiglia (violino, arrangiamenti archi e fiati). Il tessuto strumentale delle undici tracce- in bilico tra pop, folk e cantautorato – è un ottimo tappeto sonoro, ben strutturato e solido. L’anello mancante è una non ancora effettiva sintonia delle (due)  trame vocali con quelli musicali, nonostante la graziosa voce femminile.

The Doormen, “Black Clouds”, Autoproduzione/ Audioglobe  2013
“Black Clouds” è il secondo album dei Doormen, gruppo ravennate di stanza in Italia ma con nel cuore la terra d’ Albione. Vincenzo Baruzzi (voce, chitarra), Luca Malatesta (chitarra), Nicola Monti (batteria) e Marco Luongo (basso) mantengono inalterata la loro proposta musicale, “Black Clouds” segue sostanzialmente le coordinate sonore tracciate dal disco d’esordio omonimo (uscito nel 2011) : un rock, venato da sfumature new wave, con un forte impatto evocativo in stile Editors. Voce calda e basso in evidenza. Il quadro sonoro nell’insieme è più che discreto, ma manca forse di una prospettiva a largo raggio, non tutti i brani hanno la forza di imporsi con un’identità ben precisa. Tra gli episodi migliori : “I’m in the sunset “ e  “Her Power”.


Edaq “Dalla parte del cervo”, Autoproduzione/ Grand- mere 2013


Edaq, acronimo di Ensemble D’Autunno Quartet, è un progetto di musica popolare, nato in Piemonte dalle menti di Francesco Busso (ghironda elettroacustica), Gabriele Ferrero (violino, viola, mandolino), Flavio Giacchero (cornamusa, fiati, registrazioni ambientali), Enrico Negro (chitarra acustica e classica) e Stefano Risso (contrabbasso, sound processing, elettronica). “Dalla parte del cervo” raccoglie l’opera di questa folta schiera di polistrumentisti alle prese sia con riarrangiamenti di brani della tradizione (“Rigodon”) , sia con composizioni inedite (“Valse à Bu”). La musica popolare viene interpretata in chiave moderna, filtrata da nuovi linguaggi musicali, con il folk che si fonde a sfumature elettroniche (“Polca del Limousin/ Di corsa acquattata”) e il jazz (“Interplaygine/ Interplay”).


Quanto mi sarebbe piaciuto passarli in radio:




domenica 20 luglio 2014

Pierpaolo Capovilla - Obtorto Collo

Pierpaolo Capovilla nasce, artisticamente parlando, con il noise rock di matrice americana - ne sono testimoni gli album a nome “One dimensional man” – per poi proseguire in un tentativo, non sempre riuscito, di introdurre nel tessuto strumentale noise degli esordi il cantato in italiano: su un tappeto musicale sporco Capovilla, non più bassista, canta/recita testi de “Il teatro degli orrori”, che pretendono di essere, in base alle ambizioni dell’autore, pieni di riferimenti socio - politici. Un equilibrio instabile e a buon ragione; dopo tre album con il Teatro, Capovilla tenta la strada solista con “Obtorto collo”. Il primo singolo, “Dove vai”, è un pezzo strumentalmente ricco (violino, autoharp, chitarra acustica/elettrica) e si fa notare, in negativo, per la povertà di scrittura nella trama melodica e testuale: la chitarra acustica si confonde sotto strati di synth (”Dove vai/ cosa fai/ con chi esci/ con chi ti confidi"), non c’è armonia tra le parti, solo una banale confusione, come a voler cercare, forzatamente, una complessità compositiva insostenibile in ciò che dovrebbe essere pop. Il ritornello ripetitivo e forse, sotto certi aspetti, orecchiabile, date le fondamenta deboli, alla lunga non riesce a imporsi. “Dove vai” è un po’ la chiave di lettura dell’intero album: Capovilla installa i suoi testi, recitati o cantati, su un impianto sonoro (tra orchestrazioni e pop), poco pensato e molto improvvisato (“Quando”), a volte minimale , altre volte più denso (“Come ti vorrei”), ma che non presenta mai coesione e compattezza. E il cantato/recitazione di Capovilla non riesce mai veramente ad inserirsi nel contesto strumentale. “Obtorto Collo” non contiene vere e proprie canzoni, ma testi privi di musicalità, recitati su un sfondo musicale a tratti curioso ma mai veramente degno di nota, ordinario. Non viene rispettata la classica forma canzone, fatta eccezione per la già citata “Dove vai”; si vuole piuttosto provare una nuova via compositiva sperimentale che non ha però di niente di avanguardistico, anzi è quasi retrograda, più che avanti si va indietro. Bisognerebbe essere consapevoli dei propri limiti, evitare di addentrarsi in territori al di fuori delle proprie possibilità artistiche.


mercoledì 21 maggio 2014

The Men - Tomorrow's Hits

"Se “New Moon”, album uscito un annetto fa per Sacred Bones, è stato un disco di transizione verso una forma altra, quella del country/classic rock, in “Tomorrow’s Hits” – titolo che suona tanto come una beffarda provocazione – i Men si propongono come battitori liberi quali sono sempre stati, punk nell’anima – sempre che voglia dire qualcosa – e nell’approccio alla musica."
Continua a leggere qui 

sabato 7 dicembre 2013

The Bidons - Back to the roost





Finalmente sono tornati i Bidons! E' uscito da poco - ieri- il loro secondo album "Back to the roost". Di acqua sotto i ponti n'è passata tanta: cambi di line- up, diversi concerti in giro per la penisola e qualche piccola soddisfazione (la data di supporto ai Fuzztones). Con tenacia e voglia di fare - e soprattutto di suonare- i Bidons (ri)tornano alle radici, il garage, il rock'n'roll sporco delle cantine e delle bettole di terza categoria. Quello che ci piace tanto e di cui non potremmo fare a meno. Libero sfogo al flusso inarrestabile del sacro fuoco della passione con dieci tracce tiratissime e grezze, tutte autografe, a differenza dell'esordio. Il rock è divertimento e follia, "Back to the roost" è l'apoteosi di tutto ciò: cinque ragazzi, scalmanati ed esagitati, suonano per divertirsi, lo fanno con classe cialtrona da vendere e senza porsi limiti alcuni. Lunga vita ai  Bidons.


Streaming dell'album qui 

mercoledì 6 novembre 2013

Angry Samoans - Back from Samoa

Recupero di una mia vecchio pezzo (mai pubblicato): 


Nella Los Angeles dei primi anni ottanta inizia l’epoca d’oro della scena hardcore-punk, gli Angry Samoans ne rappresentano il lato più selvaggio. La band nasce, sul finire degli anni settanta, dall’idea di due critici musicali, Mike Saunders e Gregg Turner. Non i soliti critici musicali dalla penna rossa, ma ragazzacci politicamente scorretti, “sporchi e cattivi” e bastardi. Saunders e Turner, accompagnati al basso da Todd Homer  ed alla batteria da Bill Vockeroth, incidono nel 1980 il primo singolo “Inside my brain” (Bad Trip Records), una bomba ad orologeria, pronta a scoppiare da un momento all’altro. Ma il bello ha ancora da venire, gli Angry Samoans tengono in serbo la miccia esplosiva, l’ordigno fatale. “Back from Samoa”, uscito nel 1982 e concepito come EP, è di fatto il primo album degli Angry Samoans, la sorpresa dall’attrazione micidiale tenuta nascosta. Per gli aspiranti gruppi hardcore “Back from Samoa” è un bignamino tascabile “sul come  dovrebbe essere un disco hardcore-punk che si rispetti”, per tutti gli altri è un pugno in un occhio ben assestato, niente di sgradevole sia chiaro, anzi è quasi piacevole farsi trascinare dalla carica devastante e dall’insana follia di Saunders e compagni. I testi delle canzoni, scritti da Saunders e Turner, anticipano il disimpegno dissoluto dei Gang Green (gruppo anti-straight edge della scena di Boston) e giocano con doppi sensi, immagini provocatorie, surreali e stranianti per la borghesia suburbana losangelina (They saved Hitler’s cock, My old man is a fatso, Lights out, Haizman’s brain is calling).  Niente da prendere troppo sul serio, divertimento non-sense allo stato puro. Quattordici canzoni per un totale di diciassette minuti, molti brani non arrivano al minuto, bastano pochi secondi per smuovere le acque e scatenare l’inferno in paradiso.  Una toccata e fuga, una sorta di grande abbuffata punk. L’oggetto del piacere è la violenza sonora, alleviata da un sottostrato melodico. Gli Angry Samoans non ci lasciano a bocca asciutta, ci viziano al suono di ritmi veloci e serrati. Ora, mi vogliate scusare, ma sono in astinenza e devo andare a farmi una scorpacciata di Angry Samoans. Buon appetito, ma mi raccomando, non fate come il mostro di copertina, sono contro il cannibalismo.



giovedì 3 ottobre 2013

Holograms - Forever




"In Svezia sono di nuovo gli anni ottanta. E per gli amanti di sonorità post-punk/synth pop questo sarà un disco da ascoltare e amare." 
Per leggere la mia recensione per Kalporz nella sua interezza qui


sabato 28 settembre 2013

Ty Segall - Sleeper



"La creatività artistica non la puoi controllare, guidare a comando, va e viene. Quella di Ty Segall non se n’è mai andata"
potete leggere per intero la mia recensione su Kalporz qui



martedì 30 luglio 2013

Intervista a Federico Fiumani


Dopo la retrospettiva su "Siberia" ho avuto il piacere di incontrare Federico Fiumani e scambiarci quattro chiacchiere : qui la mia intervista per Roarmagazine.

martedì 23 luglio 2013

Diaframma - Siberia


Quando cerco la speranza nel buio delle disillusioni, "Siberia" non può mancare. La prima volta che l'ascoltai fu la luce che accese il desiderio di rivincita. C'era una volta Firenze, c'era una volta la new wave cantata in italiano.

Qui la mia retrospettiva per Roarmagazine

giovedì 11 luglio 2013

Mikal Cronin - MCII


"Mikal Cronin è un giovane artista – ventisette anni appena – figlio della San Francisco degli anni duemila, la città (post) psichedelica e garage di Ty Segall, Thee Oh Sees, Sic Alps. Ty Segall è il gemello separato alla nascita di Mikal Cronin: dove c’è Ty Segall, c’è anche Mikal Cronin." Continua qui la mia recensione del disco per Kalporz

martedì 14 maggio 2013

Kurt Vile - Walking on a pretty daze


"Kurt Vile, ormai sicuro dei propri mezzi, lascia libero il proprio io compositivo, lo fa vagare come se fosse un nomade senza meta alcuna." Continua  qui la mia recensione pubblicata su Kalporz.




domenica 12 maggio 2013

Mudhoney - Vanishing Point



"Mark Arm e Steve Turner non incarnano di certo il prototipo di umarells, non stanno a guardare i lavori in corso. “Vanishing Point” è il ritorno discografico dei Mudhoney, un album sincero, senza pretese. [...]" Continua  qui la mia recensione pubblicata su Kalporz.









martedì 30 aprile 2013

sabato 20 aprile 2013

Wish you were here : Storm Thorgerson


Se ne è andato l'artista e grafico inglese, Storm Thorgerson:


La parola ai Pink Floyd, amici di una vita:

“Siamo rattristati dalla notizia che il genio-grafico, amico e collaboratore di lunga data dei Pink Floyd, Storm Thorgerson sia morto” (“We are saddened by the news that long-time Pink Floyd graphic genius, friend and collaborator, Storm Thorgerson, has died”).


Qui il mio articolo commemorativo per Kalporz


martedì 19 marzo 2013

E se domani.."Come scrivere canzoni orecchiabili senza essere banali"




Inauguro una nuova rubrica, ho deciso di chiamarla " E se domani...", nome scelto a caso, ma non più di tanto. In questo nuovo spazio farò crescere i germogli delle mie idee e  dei miei pensieri, un po' come era successo nel post di qualche settimana fa "Pensieri   sparsi". Il passato, presente e futuro del mondo della musica rock e pop verranno raccontati sotto la mia lente di ingrandimento, personale e soggettiva. Che il viaggio abbia inizio !

In un ipotetico libro dal titolo "Come scrivere canzoni orecchiabili senza essere banali" non potrebbe mancare Landslide dei Fleetwood Mac. Al primo ascolto ti entra subito in testa, la canticchi all'istante, ha una melodia leggera e leggiadra, strutturata su crescendi di climax malinconici. La voce di Stevie Nicks, dolce e soave come il canto di un usignolo, è la colonna portante del brano, il direttore d'orchestra.


"When love breaks down"  è un'altra canzone che potrebbe far parte del libro " "Come scrivere canzoni orecchiabili senza essere banali". I Prefab Sprout sviluppano un gusto accentuato per le melodie strappacuore. Non è solo una sensazione, è qualcosa di più concreto. Qualche mese fa, in giro per le bancarelle di un mercatino, mi capita tra le mani il vinile di "Steve Mcqueen", l'idea è di farlo mio all'istante. Ci penso su, indecisa tra quest'ultimo e Octopus dei Gentle giant. Alla fine scelgo i Prefab Sprout e pago il conto. Dal vinile inaspettatamente cade una lettera, la raccolgo da terra, è una lettera d'amore, una missiva di amori sensi non corrisposti. Il tentativo di ricostruire una storia sentimentale passa attraverso le parole e la musica dei Prefab Sprout. C'era una volta la poesia di Petrarca, oggi c'è Paddy McAloon.


mercoledì 6 marzo 2013

First Listen: Grave Babies - Crusher


Sono gli anni ottanta/ novanta ed a Seattle, piccola città americana, c'è tanta voglia di suonare e nel giro di poco tempo si forma una scena musicale florida, supportata prima da fanzine ed etichette indipendenti e poi dalle grandi case discografiche. Vengono fuori gruppi come Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains. La storia la conoscete tutti, non mi metto a raccontarla. Seattle, oggi, è ritornata nell'anonimato o quasi. I Grave Babies, progetto musicale di  Danny Wahlfeldt, potrebbero portarla di nuovo alle luci della ribalta. Non perdetevi "Crusher", secondo album della band, uscito a fine Febbraio. Qui potete trovare lo streaming e nel frattempo, se vi va, leggetevi la mia recensione del disco in questione su Kalporz (qui)



giovedì 21 febbraio 2013

Pensieri sparsi




Negli ultimi tempi mi capita raramente di aggiornare il blog, me ne scuso. L'ho un po' abbandonato come un vecchio amico, a cui vuoi bene, ma che, per un motivo o un altro, ti scordi di andare a trovare. La maniera migliore per ricominciare credo sia parlare a briglia sciolta, dare libero sfogo ai propri pensieri, futili, ma pur sempre sinceri:




Volevo postare Dazed and Confused, ma ho cambiato idea: è riduttivo ricordare Jake Holmes solo per quel dannato brano. "The above ground sound of J. Holmes" contiene tanti piccoli gioiellini, ogni brano ha una storia a sé, l'argomento della narrazione cambia, si alternano atmosfere rarefatte (Signs of Age, Did You Know) ad altre più acide (Hard to keep my mind on you), il tono narrativo però è sempre lo stesso, gentile ed educato, come quello di un cantastorie della porta accanto. Il menestrello è stato sostituito dalla chitarra, le storie raccontate da J. Holmes sono unite da un unico filo rosso: un'attenzione per il suono d'insieme, ogni cosa è al suo posto, regna l'armonia.

" This is a vacation, a casual question that if not answered won't have to be re-asked. Sometimes people need to go. They leave gently, and you just wait for thei return"
Jake Holmes racconta "Penny's"





Durante gli anni del liceo Rivers Cuomo mangiava al tavolo degli sfigati o dei nerds, non ne sono sicura, magari mi sbaglio, ma non penso. Cuomo da adolescente me lo immagino con gli occhiali e assiduo frequentatore del corso pomeridiano di letteratura angloamericana e di chitarra, la cameretta è piena di libri, appunti, strumenti musicali e poster di band heavy metal. Ecco, Cuomo non era quello che potremmo definire un tipo popolare, anzi probabilmente i fighetti della squadra di football lo prendevano in giro. Nonostante ciò, nel corso degli anni novanta Cuomo è riuscito a tirare fuori dal cilindro magico album come il Blue album e il Green album, con cui ha conquistato la critica e il pubblico, anche coloro che lo sbeffeggiavano. Credo sia qualcosa di speciale, quasi una favola dei tempi moderni.





I Plastic Cloud, gruppo psichedelico canadese, fanno l'occhiolino e anche qualcosa di più alla scena statunitense. La loro proposta pecca di poca originalità, si rifà a stilemi ben consolidati, non c'è improvvisazione o una qualsivoglia forma di sperimentazione. La band ripropone con abilità e stile i topoi del genere. Nella forma i Plastic Cloud sono conservatori, difendono strenuamente un'idea di musica psichedelica, la esplicitano a chiare lettere, nei contenuti il quartetto canadese dà libero sfogo alle proprie fantasie.




Souvlaki è uno dei pochi dischi che non mi stanco mai di ascoltare, lo metto in sottofondo mentre faccio altro oppure lo uso per rilassarmi e prendermi un attimo di pausa dallo studio. Un disco per tutte le occasioni, un po' come "A storm in Heaven" dei Verve e "Conqueror" dei Jesu o " Ocean Rain" degli Echo & the Bunnymen. In questi album, seppur diversi, trovo una tranquillità di fondo, un vagheggiare leggiadro.




Liam Lynch è un gradino sotto, forse anche qualcuno di più, Weird Al Yankovic, ma sa il fatto suo. Non raggiunge i livelli del maestro, inarrivabile e lontano anni luce. Si limita nel suo piccolo a metter in scena un piccolo treatino della parodia, senza troppe pretese o ambizioni. "Fake David Bowie Song" un sorriso lo strappa sempre.



Le cose si perdono e poi si ritrovano, così è stato per le registrazioni di Sibylle Baier, attrice e cantante folk tedesca. Tra il 1970 e il 1973 la Baier con la sua voce si diverte a dipingere paesaggi sulla tela di un registratore. Un passatempo fulmineo e fugace, il tempo passa e la Baier si dedica al cinema e poi alla famiglia. Le registrazioni rimangono sepolte tra la polvere di qualche scaffale fino al 2006, quando esce Colour green, raccolta delle vecchie registrazioni.



"I believe in you" è una canzone sussurata, dal tono trafilato e dimesso. Evita facile sensazionalismi e pomposità, sposa un via minimalista, una semplicità, complessa nella sua ricercatezza. I Talk Talk sono degli artisti con l'A maiuscola, possono piacere o meno, ma credo non gli si possa negare un percorso creativo di fondo. Dal synth-pop di "The party is over", album dopo album, hanno seguito una strada e passo dopo passo l'hanno percorsa, senza guardare in faccia a nessuno, solo se stessi e il proprio desiderio di rivincita.



Forse esagero, ne sono cosciente, ma trovo che Elliott Smith, in quanto artista, non sia replicabile, non ci sarà mai un nuovo Elliott Smith, per dire. Smith non ha inventato niente, ma ha dato al cantautorato americano un carattere espressionista, trasferendo l'attitudine lo-fi della scena rock indipendente anni novanta nelle proprie composizioni con la chitarra.

martedì 8 gennaio 2013

Live Report: Diaframma alla Flog, 5.1.2013

la notte era tutto un cercarla
tra distese di verde e montagne
mai stato cosi' vicino al mostro,
giuro non ci sono mai stato.
Clandestino nel suo mondo di ghiaccio,
clandestino nel suo mondo di niente,
rovesciavo i suoi oggetti in giardino
sull'asfalto di questa citta'. 


Qui la mia recensione del concerto per Kalporz






martedì 25 dicembre 2012

It's the end of the year.. and I feel fine



L'anno volge al termine, è tempo di classifiche, ecco a voi il meglio o il peggio del 2012 nel mio articolo per Kalporz qui





venerdì 7 dicembre 2012

Clinic - Free Reign


Il 12 Novembre è uscito "Free Reign", settimo album dei Clinic, formazione di Liverpool, fuori da ogni schema. Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, si riconfermano nella loro follia intrinseca, non stupiscono più, sono ormai una piacevole realtà dei nostri sogni/ incubi  sonori, a seconda dei gusti . Il disco parte piano e cresce con gli ascolti. Nello spazio sottostante è possibile ascoltare un estratto dell'album  e prima, durante o dopo l'ascolto leggetevi la mia recensione per Kalporz, qui .