mercoledì 28 dicembre 2011

To sing is a state of mind : Jackson C. Frank


A volte le cose non vanno come vorremmo che andassero. E' deludente, ma è così. A Jackson C. Frank è andato tutto storto. La passione di Jackson C. Frank per la chitarra e per la musica nasce di fatto in ospedale, quando a scuola esplode la caldaia  e il giovane Jackson C. Frank, appena undicenne, si ritrova  varie ustioni su buona parte del corpo. Le sei corde allietano il suo ricovero in ospedale, un dottore gli regala la prima chitarra. Da quel giorno Jackson C. Frank non si staccherà mai dalla chitarra, ma il destino crudele (anche se sembra retorico dirlo) farà di tutto perché Jackson C. Frank abbandoni le sette note. Nel 1964 grazie ai soldi dell' assicurazione (arrivati in ritardo)  l'allora ventunenne Jackson Carey si trasferisce in Inghilterra e a Londra condivide un appartamento con Paul Simon e Art Garfunkel. Simon impressionato dal talento di Frank, decide di produrne nel 1965 il primo album omonimo, rilasciato solo nel Regno Unito. Il risultato è più che ottimo, dieci splendidi brani di folk struggente, che ti prendono e non ti lasciano più. Un cuscino di armonie su cui piangere e non sentirsi soli. Ma il successo di pubblico, manco a farlo apposta, non arriva, anche se, a onor del vero,  non mancano gli apprezzamenti di  colleghi illustri, fortemente influenzati dalla vena malinconica di Jackson C. Frank:  Paul Simon, Al Stewart, Drake, Sandy Denny. La paura di esibirsi sul palco, i problemi finanziari, il blocco dello scrittore segnano la fine della carriera musicale , Jackson Carey si sposa con una modella e nel 1969 ritorna negli Stati Uniti. Di stanza a Woodstock continua a scrivere,  i problemi familiari (la morte del figlio e della madre), e la conseguente depressione lo portano a vivere come homeless a metà degli anni settanta, tra la strada e gli ospedali. Nel 1984 prova a rientrare nel mondo della musica, va a New York, cerca di contattare Paul Simon, ma ogni tentativo è vano. A metà degli anni novanta l'ultimo barlume di luce, Jim Abbott, un fan del folk, riscopre l'opera musicale di Jackson C. Frank  e viene in aiuto del folk singer. Jackson C. Frank ricomincia a comporre e ad fare qualche perfomance live. Ma anche questa volta, niente lieto fine, Jackson C. Frank diventa cieco a causa di un proiettile vagante e dopo qualche anno, nel  Marzo 1999 muore. Jackson C. Frank non c'è più, il destino gli (ci) ha giocato un brutto scherzo. L'unica magra consolazione è ascoltarci il suo primo ed unico album. Una perla da non lasciarsi sfuggire: Jackson C. Frank è già morto una volta, facciamo in modo che non muoia di nuovo, sepolto dall'oblio.

giovedì 22 dicembre 2011

Loop - Heaven's End


Madre: "Cos'è questa musicaccia? Questo rumore assordante?"
Figlia :"E' il disco che mi hai comprato, mamma"

Il Walkman ve lo ricordate? Ecco, oggi, dopo secoli e secoli di polvere, l'ho ritirato fuori. Beh, non è proprio così l'ho fregato a mia mamma, ho tolto "La voce del padrone" e ci ho infilato "Heaven's End" (1987) dei Loop. E il viaggio è cominciato come ai vecchi tempi quando un sabato sera di qualche annetto fa da brava nerd me l'ascoltai tutto d'un fiato. Mi ritrovai alle porte del Paradiso senza essere morta. Musica a palla nelle orecchie e il corpo sdraiato sul letto. Diamine, un'esperienza surreale di quelle incomprensibili se non si vivono in prima persona. Premuto il tasto "play", parte un muro di suoni da non crederci, della serie "ma il disco non è mica rotto ?". Eh, no, cavoli, tutto funziona alla perfezione, i Loop, band londinese, formata nel 1986 dal vocalist/ chitarrista Robert Hampson, per il disco di debutto si divertono a sfondarci i timpani  con una dose insana di psichedelia e heavy rock. Se avete amato "The Perfect Prescription" degli Spacemen 3 e adorate le sonorità sporche alla Blue Cheer, Heaven's End è il disco della vostra vita. Un'esagerazione? Forse, ma credetemi prima di perdere tempo a girarvi i pollici davanti a un bicchiere di gin tonic, date un ascolto furtivo a "Heaven's End". E se qualcuno vi dirà che è shoegaze, regalategli un paio di cuffie ben funzionanti.



sabato 17 dicembre 2011

Orchestral Manoeuvres in the Dark - Organisation




Dopo Gary Numan mi ritrovo a parlare degli Orchestral Manoeuvres in the Dark (spesso abbreviato in OMD), gruppo synth-pop che ottenne un certo successo con il brano "Enola Gay" nel 1980, con ben cinque milioni di copie vendute in tutto il mondo. La canzone in questione è piuttosto inflazionata, presenta un ritornello di facile presa e si rifà agli stilemi classici del pop anni ottanta. Il testo invece, come ebbi modo di discernere tempo fa (qui), nasconde una profondità in sospettabile per l'epoca, passata ingiustamente alla storia come l'era trionfante dell'edonismo reaganiano. Ma sia chiaro gli OMD non sono solo Enola Gay, sarebbe come perdersi in un bicchiere d'acqua, mezzo pieno e mezzo vuoto. Forse non particolarmente originali, Paul Humphreys (voce, sintetizzatori) e Andy McCluskey (sintetizzatori, basso, voce), principali artefici del sound OMD, emergono per l'abilità indiscussa nel comporre perfette canzoni pop. 

La forma mentis del duo spazia dalla new wave a certa elettronica (non mancano timidi echi di Kraftwerk in "The Misunderstanding", "Stanlow"), ma inevitabilmente salta all'occhio la sensibilità melodica del combo. Anche nelle composizioni caratterizzate da atmosfere più eteree e malinconiche non manca quel sesto senso innato per l'armonia ("The More I see you", "2nd Thought"). Dietro l'oscurità delle nuvole, raffigurate in copertina, si nascondono i raggi del sole.  Gli OMD  sono l'arcobaleno all'improvviso dopo una giornata piovosa, un'infinita gamma di sfumature da provare per assaporare un attimo fuggente di felicità e spensieratezza, ben al riparo da  certe soluzioni musicali pacchiane e trash di certo synth-pop e italo disco. Un incrocio ben riuscito tra retroguardia, avanguardia e classicismo pop. Gli OMD traggono spunto dalla più classica forma canzone pop, ma  non disdegnano la contaminazione, seppur tenue, con i tratti tipici del nascente movimento post-punk/ new wave, particolarmente florido a Liverpool (vedi Echo & The Bunnymen, Teardrop Explodes, Pink Industry, Pink Military), città natale del gruppo. Non a caso il primo singolo degli OMD, "Electricity" esce su Factory Records, storica etichetta del post-punk.  
OMD & Ian McCulloch
La formula pop vincente della band raggiunge il suo apice con l'album successivo "Architecture & Morality" (1981) per poi perdere di attrattiva e smalto con il passare degli anni. Nel 2006 la coppia Humphreys e McCluskey si è ritrovata dopo anni di incomprensioni, realizzando prima un tour e poi un album "History of Modern" nel 2010. Il mio consiglio è di lasciar perdere la reunion e riscoprire i capolavori della band, prima "Organisation" e "Architecture & Morality", senza preconcetti e pregiudizi.

venerdì 9 dicembre 2011

Gary Numan - The Pleasure of Principle



Gary Numan, classe 1958, a diciannove anni, nel  1977, in piena epoca punk, forma a Londra la sua prima band, i Tubeway Army, si fa accompagnare dal bassista Paul Gardiner e da  vari batteristi Bob Simmonds, Jess Lidyard, Sean Burke e Barry Benn.  Il primo album del gruppo esce nel 1978 per la Beggars Banquet. Il risultato finale è un interessante incrocio tra sonorità post-punk ("Listen to the sirens", "The dream police"), acustiche (Everyday I die", "Jo The Waiter") e simil punk con venature glam ("My Shadow in Vain", "Are you Real"). Nel 1979 segue "Replicas", pubblicato su Beggars Banquet per la Gran Bretagna e su Atco Records per gli USA.



Inizialmente l'etichetta è restia alla pubblicazione, il lavoro di Numan & Co presenta un sound elettronico ben definito, si scontra, inevitabilmente con le furie oltranziste dell'ondata punk. A rivelarlo è lo stesso Numan: " Il nostro album era fatto interamente di chitarre, e io ho sostituito il loro suono con quello del sintetizzatore. Quando ho presentato alla mia casa discografica un album semi-elettronico, mi hanno detto semplicemente: "No". Tuttavia, non avevano altri soldi: avevano investito tutto quanto avevano su di noi, e quindi dovettero pubblicarmelo lo stesso. Se avessero avuto più soldi, l'album non sarebbe mai stato pubblicato.". Con il senno di poi la casa discografica ci avrebbe perso economicamente ("Are Friends electric" raggiunge la posizione numero uno nella classifica inglese del Giugno 1979) e la storia della musica non avrebbe conosciuto uno dei massimi capolavori del synth pop, un fulmine al ciel sereno nella scena underground inglese. L'album presenta chiari riferimenti al glam rock dei Roxy Music e alla new wave degli Ultravox, ma brilla di luce propria, dimostra la possibilità di unire a sonorità elettroniche  atmosfere dark, tipiche di certo post-punk e  testi mai banali, ispirati alla narrativa fantascientifica di Philip K. Dick. Nel 1979 i Tubeway Army si sciolgono, Numan non abbandona la musica, decide di continuare la sua carriera da solista, insieme all'amico bassista di lunga data Paul Gardiner. Segue la pubblicazione di "The Pleasure of Principle", prima opera solista di Numan. Il disco conferma lo  straordinario stile di Numan, alieno e glaciale, abile nel catturare l'attenzione dell'ascoltatore all'istante con soluzioni compositive mai scontate. Il sintetizzatore Minimoog svolge la funzione da pifferaio magico che incanta e stupisce, ne è conferma il notevole successo di pubblico di canzoni come "Cars" e "Complex", e dell'intero album. La fremesi creativa continua con il lavoro successivo "Telekon"(1980), per poi scemare con "Dance"," I, Assasin", "Warriors" fino al punto di non ritorno, "Machine + soul"(1992), di cui Numan è ben consapevole. Nel 2006 ha dichiarato in un'intervista a Ondarock :"Quando ho cominciato a fare musica, mi piaceva comporre, volevo essere parte del mondo musicale; una volta raggiunto il successo, specialmente in Inghilterra, cominciai a scrivere canzoni non per amore della musica, ma perché volevo che la mia carriera restasse a galla, e la casa discografica contenta. Questo è un motivo sbagliato per scrivere canzoni, ma io l'ho assecondato almeno fino al 1992, quando sono uscito con un disco talmente brutto che non piaceva neppure a me."   Numan ha superato la crisi compositiva a metà anni novanta, proseguendo  la propria carriera in maniera più che dignitosa con lavori dalla forte impronta industrial / gothic rock ("Sacrifice", "Dark Light", "Exile", "Pure", "Jagged", "Dead son rising").





venerdì 2 dicembre 2011

Wipers- Is This Real?






Greg Sage, ragazzo di Portland, Oregon, figlio di un fonico professionista, passa ore ed ore chiuso nella sala di registrazione e si diverte a fare compilations per gli amici. Un modo strano di divertirsi, forse. Ma negli inverni freschi e piovosi di Portland non c'è di meglio da fare. Il passatempo diventa passione, Greg nel 1977 decide di formare  i Wipers, concepiti inizialmente, non come vero e proprio gruppo, ma come recording project incentrato sulla figura di Sage, centrale, in ogni caso, per tutta la durata del progetto Wipers: Sage è l'unico componente fisso fino al 1999, il fulcro focale della band, nata a sua immagine e somiglianza. Per incidere il primo singolo "Better of Dead" (1979) sull'etichetta auto-finanziata Trap records Sage si fa ad accompagnare dal batterista Sam Henry e dal bassista Doug Koupal, trio stabile fino al 1981. Sempre nel 1979 esce il disco d'esordio, "Is this Real ?" sulla Park Avenue Records, niente sarà più lo stesso. Non in termini di popolarità o successo, Sage resta il nerd di prima, ma  la scena underground statunitense subisce una svolta all'istante, in quel 1979 americano, dominato dalla scena punk e hardcore poi, si accende la fiamma di rabbia adolescenziale, che per anni bruciava in disparte, in un angolo, senza manie di grandezza. La riservatezza è voluta, nelle intenzioni iniziali non ci dovevano essere tour o qualsivoglia evento promozionale, Sage aveva previsto di produrre 15 album in 10 anni. Con il senno di poi, non fu esattamente così, i Wipers non furono così prolifici, ma una cosa è certa, l'anima indipendente dei Wipers è inscalfibile. Sage e compagni avrebbero potuto cedere alla prima major di turno e finire sotto i riflettori dell'alternative rock, ottenere la meritata visibilità, ma una simile strategia discografica non era nei piani di Sage. Già parlare di piani, strategie e piani è lontano dalla natura naif e DIY(do it yourself) di Sage. In "Is This Real ?" emerge la voglia di esprimere se stessi in musica, ogni brano ritrae senza filtri lo stato d'animo di Sage, e nell'umore del leader dei Wipers, se sei un adolescente, quasi sicuramente, riesci a rispecchiartici. Un sottile velo di disperazione, misto a un'insana confusione dei ruoli e l'esplosione dell' ira ribelle vengono affrescati a mano libera nel disco di debutto dei Wipers. La voce lacerante di Sage colpisce al primo ascolto, in un baleno scorrono le undici tracce, uno sfogo a voce alta, che si distacca però dagli stilemi classici dell' hardcore americano. Sage preferisce strutture compositiva dilatate, le trame di chitarra sono aggressive e contemplative quando necessario e si uniscono alla perfezione con le linee di basso. Tutto ciò avviene con semplicità e non calanche. La realtà è mostrata nella sua crudezza, ma gli stralci veristi sono intervallati da pause cerebrali. Un modus operandi che raggiunge l'apice con l'album successivo "Youth of america", la narrazione in note del lato nascosto della gioventù americana: il malessere che si preferisce far finta di non vedere. Molti gruppi hanno imparato la lezione dei Wipers, in particolare Cobain, leader dei Nirvana sembra essersi follemente ispirato alla timbrica di Sage. Non mancano i dischi tributi ai Wipers, il più significativo è quello uscito nel 1993 sulla Kerr Records "Fourteen songs for Greg Sage and The Wipers", due cover lasciano il segno, "Return of the rat", rifatta dai Nirvana e "Pushing the extreme" riproposta da Thurston Moore. Un gruppo da riscoprire, soprattutto se siete fan dei Nirvana e non vi siete mai chiesti di chi fosse "D-7".




lunedì 28 novembre 2011

Intervista a Matt Pahl (The Floor)



Qualche anno fa ascoltai "Personell"(2005), album di debutto dei Floor, band post-punk canadese. Un gruppo sottovalutato e dimenticato,  un peccato. Se non li conoscete, non preoccupatevi, adesso avete l'occasione di farvi un'idea a riguardo, ho intervistato Matt Pahl, cantante e chitarrista del gruppo.


Over the wall blog:
L'opportunità di intervistarti, Matt (voce, chitarra dei Floor), è una grande fortuna. Grazie per l'attenzione, cominciamo dall'inizio. Introduciti e dicci qualcosa sui The Floor.


Matt Pahl: Siamo tutti ( riferito ai The Floor) cresciuti a Edmonton, Canada. In linea di massima, purtroppo, un tipo di posto che fa molto Nickelback.
Nel 2001 avevo 23 anni, avevo appena finito un album inspirato dalle sonorità degli Slowdive, chiamato "Lost in a Silver Screen". Nessuno ci ha fatto davvero caso, eccetto la Clairecords, etichetta statunitense che me ne ha venduto qualche copia . Certamente, non un suono popolare nel Nord America.
Determinato, misi insieme una band per fare qualcosa live- My bloody valentine/ Ride/ Swervedriver- un repertorio sulla falsariga dei dischi della Creation (etichetta shoegaze) di fine anni 80- inizio anni 90. Sai, molti effetti per pedali, luci stroboscopiche, occhi coperti dai capelli, chitarre surf ecc.
Ma mesi dopo siamo finiti col fare musica, influenzata dai JAMC, con una forte presenza di feedbacks, che si trasformava eventualmente in qualcosa di più calmo,  ricalcando le sonorità aggressive degli Echo & the Bunnymen.  Cominciammo ad usare una vecchia tastiera analogica per fare materiale alla Joy division / Cure  e New Order, The Chameleons, Gang of four, The Sound, i primi u2 e poi occasionalmente Duran Duran o Killing Joke, a seconda del nostro umore. Eravamo addentro a molto materiale post punk, e pop anni ottanta.
O: Certamente, la vostra maggiore fonte di influenza è il post punk britannico, ma sono curiosa,  ci sono altre influenze?
M. P. : Sono addentro a molta roba : qualsiasi cosa fatta con convinzione e che abbia un forte senso della melodia. Mi piacciono anche il blues anni sessanta, il punk rock e la vecchia tradizione pop radiofonica.
O:Perchè   si sono sciolti i Floor ?
M. P : I Floor si sono sciolti perché non siamo arrivati da nessuna parte- vivendo, facendo tour, suonando nelle zone desertiche del Nord America (relativamente poco popolate, aperte e inesorabili) vecchia musica- pastiche europea(nota: con il termine "pastiche" si intende un' opera musicale, artistica, letteraria composta su imitazione di altre)  a persone, nella maggior parte di casi, senza interesse e gusto necessari per  farsi coinvolgere da questo tipo di musica. Molti tour non hanno avuto successo,  non sono mancate poi brutte interruzioni di rapporti e un po' di  insoddisfazione per il  dislivello tra fatica e compenso ecc. Cose che capitano alle band motivate dal fine artistico sopra quello commerciale.
Abbiamo iniziato come "Floor" nel 2002  e a partire da metà 2005, artisticamente, ci sentivamo appiattiti. Quando cominciai a scrivere il materiale nuovo, sentivo che ci stavamo ripetendo. Iniziai anche a mal sopportare il mio personaggio oscuro, dovevo sentirmi coinvolto per poter cantare con convinzione. Questo lato "Floor" della mia personalità cominciò seriamente a portarmi inaspettatamente in una fase depressiva ed avevo bisogno di una via di uscita. In realtà sono un ragazzo scherzoso, felice, fortunato, un po' sciocco, ed è difficile da credere, ma mi  preso così sul serio fino ad arrivare a produrre nuovo  materiale. Ritornando indietro, anche se sembra strano, sono fiero di quasi tutto quello che ho fatto. 
Comunque, pensai che fosse meglio concludere la nostra storia al massimo della nostra popolarità- popolarità relativa, se vuoi. Soprattutto volevamo mantenere saldo il rapporto di amicizia tra di noi.
O: Cosa hai fatto dopo i The Floor, sei ancora dentro il mondo della musica, hai avuto qualche esperienza musicale?
M. P. : Nel 2006 ad Edmonton ho suonato la chitarra in un gruppo chiamato "Columbus", che si richiama allo stile art-pop anni sessanta con un tocco alla Cliff and The Shadows / Blur e chitarra alla Smiths. Nel 2007 mi sono spostato verso sud, a Calgary, ed ho suonato e cantato negli Heat Ray, è stato terribile, ma ho avuto occasionalmente anche qualche momento in stile Dinosaur jr.. Ci siamo sciolti l'anno scorso dopo  un smash up in stile Who sul palco.
Mi piace mescolare e provare cose nuove ogni due anni. Lo scorso mese, per Halloween io e Paul (bassista dei Floor) abbiamo suonato insieme in una tribute band dei Motorhead. E' stato troppo divertente.  Stiamo lavorando di nuovo insieme per gli Allowers, un progetto in stile Ramones, con la parte vocale molto easy. Crepi il lupo.


Original Version (English)
Some years ago I listened to "Personell" (2005), the debut album of The Floor, a canadian post- punk band. They are underrated and forgotten, it is such a shame. If you don't know the Floor, don't worry, now you have the chance to know them. I interviewed Matt Pahl, the singer and of the band.




Over the wall blog:
It's a great luck to have an opportunity to interview you, Matt  (guitar, vocals of The Floor). Thanks for the attention and let's start from the beginning. Please introduce yourself and say a few words about The Floor.

Matt Pahl: We all grew up in Edmonton, Canada. Sadly, very much a Nickelback kind of place, by and large.
2001: I was 23 & I just finished a Slowdive-inspired album called Lost in a Silver Screen. Nobody really picked up on it, except for a company in the states called Clairecords who sold a few copies for me. Obviously not a popular sound in N. America, though. 
Determined, I assembled a band to do that sort of stuff live - My bloody valentine / ride / swervedriver - late 80's / early 90's Creation records "shoegazer" atmospheric type stuff. You know - lots of effects pedals - strobe lights, hair in our eyes, surf guitars etc.

But months later we ended up with a feedbacky JAMC-influenced sound that eventually quieted down more to an aggressive Bunnymen sound. We started using an old analog keyboard to do Joy Division / Cure type stuff - and New Order, the Chameleons, Gang of 4, The Sound, early U2 and then occasionally Duran Duran or Killing Joke depending on our mood. We were seriously into a lot of that post punk stuff, but also a lot of 80's pop.
O: Of course, your main influence was probably british post-punk, but I'm curious, I want to know if there are other musical influences.
M.P. : I'm into all sorts of stuff - anything with conviction & strong melodies. I also like a lot of 60's blues stuff, punk rock and old time radio pop.
O: Why did The Floor break up?
M.P :The Floor broke up because we weren't getting anywhere really - living & touring in the relatively unpopulated, expansive, unforgiving wastelands of North America, playing old Euro-pastiche music, mostly to people with no clue or taste for it. Many unsuccessful tours, bad breaks, dissatisfaction with our effort level vs. payoff etc. The usual stuff for bands motivated for the sake of art over commerce.

We'd started as The Floor in 2002 & by mid-2005, artistically we felt we'd leveled out too. I felt we'd begun repeating ourselves when writing new material.

I also begun resenting the dark persona I had to immerse myself in order to sing our stuff convincingly. This "Floor side" of my personality began to seriously overtake me in a depressing way, and I needed a way out. I am actually a pretty fun and happy go lucky type of guy. I am really goofy actually, and it's hard to believe I even did that insanely self-serious stuff. Looking back - I'm still proud of most of it though...


Anyway - I figured it was best to end it when we were at the peak of our popularity - relative popularity, if you will. And we wanted to keep our friendships intact above all else.
 O:What did you do after the closing of The Floor? Were you into any other music or art music experience?
M.P. :2006 - in Edmonton - I played guitar in a band called Columbus - a 60's pop art type thing with a Cliff and the Shadows style & Blur / Smiths type guitars thrown in.
 2007 - I moved south to Calgary & sang and played guitar in Heat Ray, which was terrible, but it had some nice & noisy Dinosaur Jr. type moments occasionally. We split last year after a Who-style smash up on stage.
 I like to shake things up and try new things every couple of years. Last month, Paul (bassist from the Floor) and I played together in a Motorhead tribute band for Halloween. It was too much fun.
We're together again working on stuff right now for a Ramones / lounge-singer vocals type thing called the allovers. Wish us luck!




Links:







giovedì 24 novembre 2011

Claudio Lolli - Vent'anni





Vent'anni tra milioni di persone, che intorno a te inventano l'inferno. Ti scopri a cantare una canzone, cercare nel tuo caos un punto fermo.
Vent'anni nè poeta nè studente, povero di realtà ricco di sogni, vent'anni e non sapere fare niente, nè per i tuoi nè per gli altrui bisogni, vent'anni e credi d'essere impotente.
Vent'anni e solitudine sorella, ti schiude nel suo chiostro silenzioso, il buio religioso di una cella, la malattia senile del riposo.
Vent'anni e solitudine nemica, ti vive addosso con il tuo maglione, ti schiaccia come un piede una formica, ti inghiotte come il cielo un aquilone, vent'anni e uscirne fuori è fatica.
Vent'anni e stanza ormai piena di fumo, di sonno di peccati e di virtù, lasciandoti alle spalle un altro uomo, dovresti finalmente uscire tu.
Vent'anni e il vecchio mondo ti coinvolge, nel suo infinito gioco di pazienza, se smusserai il tuo angolo che sporge, sarai incastrato senza resistenza, vent'anni prima prova di esperienza.
Vent'anni e ritagliare i confini, di un amore che rinnova l'esistenza, e ritrovarsi ai margini del nuovo, scontento della tua stessa partenza.
Vent'anni e una coscienza rattrappita, che vuole venir fuori e srotolarsi, come tendere un filo tra due dita, vedere quanto è lungo e misurarsi, vent'anni fare i conti con la vita.
Vent'anni e già vorresti averne trenta, esserti costruito già un passato, vent'anni e l'avvenire ti spaventa, come un processo in cui sei l'imputato
Vent'anni strano punto a mezza strada, il senso dei tuoi giorni si nasconde, oltre quella collina mai scalata, di là dal mare e dietro le sue onde, vent'anni rabbia sete e acqua salata.



Me l'hanno appena dedicata, non c'è canzone migliore per descrivere il mio stato d'animo attuale. Il cantautorato sfiora la poesia ed arriva dritto al cuore. Colpire i sentimenti più profondi senza risultare banali, un pregio di pochi. Il mondo è pieno di canzoni infarcite di luoghi comuni e stereotipi , Lolli sfugge da tutto ciò, per cogliere il lato nascosto, ma più vero di un ventenne.

domenica 20 novembre 2011

French touch pt.2 :Papier Tigre





Il nome "Papier Tigre", sconosciuto in Italia, rappresenta una delle  realtà francesi più interessanti in ambito noise rock. Tutto ha inizio a Nantes nel Gennaio 2006, quando Eric Pasquereau (chitarra, voce), Arthur De La Grandiére (chitarra) e Pierre- Antoine Parois (batteria), dopo aver suonato insieme in vari gruppi (Room 204The Patriotic Sunday e Argument), decidono di dar vita a un nuovo progetto dalle coordinate post- hardcore, noise rock : i Papier Tigre. 

Nel 2007 esce l'album di debutto omonimo del gruppo su etichetta Collectif-Effervescence per la Francia e Wangba Records per la Cina. Un disco dalle forte potenzialità, non sempre messe a fuoco. Emerge la vena noise del trio, la scelta di escludere dalla line-up un bassista è voluta, fatta per dar risalto presumibilmente alle due chitarre, che si muovono tra pensiero ed azione. I Papier tigre hanno tanti padri e madri, figli di certo math-rock, ma anche di certa tradizione post-hardcore e post-rock americana. L'incontro perfetto tra Squirrel Bait, Slint e Shellac in un bar francese. 

Mmm ho detto bar, forse meglio pub, dove bere in compagnia e scatenarsi  a suon di musica. Sul palco sono già pronti i Papier Tigre, veri animali da palco. Vi chiederete se ho mai assistito a un loro concerto? Beh, no, magari, ve l'avrei già raccontato. I video dei live si trovano su youtube e fanno venire voglia di prenotare un biglietto aereo e andarsi vedere i Papier in qualche locale francese. Eric, Arthur si muovono on stage come dannati morsi da qualche strano insetto. Un'instancabile live band, sono stati in tour  in ben 23 paesi, tra cui Cina, Hong Kong, Giappone, Stati Uniti, Canada e Brasile. Nel 2008 il gruppo rilascia il secondo album "The Beginning and End of Now", più tardi pubblicato in Brasile su etichetta Monstro Discos.
Il trio affina le proprie armi, ritorna più potente e determinato di prima. Il groove è  sempre in crescendo, difficile da fermare come il bicchiere raffigurato in copertina, in caduta libera. Eric e compagni elaborano soluzioni aggressive, ma calibrate. Si crea un'alchimia che esplode al momento giusto. Chimica scoppiettante, convincente a tal punto che gli Explosions in the Sky invitano il trio a partecipare al prestigioso evento "All tomorrow's parties. Sarebbe l'ora di una meritata pausa, ma i Papier tigre non possono stare fermi, sul divano a poltrire. Nel 2010 pubblicano un split album con Electric Electric, Marvin e Pneu. Nel 2011 non incidono nuovo materiale, ma sono di nuovo in tour, e non con l'ultimo arrivato, ma con Mike Watt (storico bassista dei Minutemen). Chissà cosa faranno ad anno nuovo? Un nuovo album? Non rimane che incrociare le dita e sperare che non finisca il mondo.







Links: 

mercoledì 16 novembre 2011

R.E.M. - Up



"Up" (1998), primo album senza il batterista Bill Berry, da poco dimissionario, è il disco che non ti aspetti dai R.E.M.. Dal tocco elettronico, atipico ed intimista. Lontano anni luce dalle prove precedenti della band. Dopo Monster e New Adventures in Hi-fi, dalla forte impronta rock, i R.E.M. senza un batterista fisso (le poche parti di batteria sono suonate da turnisti di eccezione, Barrett Martin, Joey Waronker) registrano tra Seattle e Athens quattordici brani tra ambient ed art pop. Si apre un nuovo capitolo della storia dei R.E.M., sono passati dieci anni dall'abbandono dall'etichetta indie I.R.S. e solo qualche anno dai fasti dei primi anni novanta (Automatic for the people su tutti), il gruppo si ritrova senza Berry a tracciare nuove strade sonore. Non è mai facile reinventarsi, tanto meno per una band dalla carriera ventennale. Difficile ripetere i capolavori dei tempi che furono, e che per definizione non saranno mai più. "Up" è un tentativo, riuscito solo a tratti, di opera pop tardo-contemporanea. Riporta in note le impressioni a caldo del fluire quotidiano, tra aeroporti e uffici. Nel brano di apertura "Airportman", breve frammento di suoni post-industriali, si percepisce il respiro dell'uomo di affari, che passe ore, giorni in aeroporto. "Daysleeeper", ballata acustica, ne raffigura i pensieri e i sogni sul sorgere del primo bagliore mattutino. Ne consegue un perfetto ritratto della società liquida descritta dal sociologo polacco Bauman : la mancanza di certezze, punti fermi e la continua ricerca di un'identità. I R.E.M.  stessi sono alla ricerca di un profilo artistico perduto, brani ibridi come "Lotus" e  "Hope", sono frutto di un'instabilità di fondo. Il profondo senso di smarrimento, catturato dai battiti elettronici altalenanti e sincopati, emerge nell'ampio flusso di immagini, fotografato dalle liriche di Stipe: il professore insicuro e triste ("Sad Professor"), l'apologo, pronto a scusarsi per ciò che è stato "I wanted to apologize for / Everything I was"("The apologist"), il protagonista di "Suspicion", incapace di intraprendere la benché minima relazione sociale. L'animo umano dei protagonisti descritti in Up e della band stessa cela ombre (Hope, Diminished, Parakeet) e luci ("At my most beautiful ", "Why not smile", "Walk unafraid"). Il merito dei R.E.M. è di mostrarle, senza nascondersi dietro a futili illusioni. Cadere per risalire.





Prossimamente su The Wave Lenght

lunedì 14 novembre 2011

R.E.M. - New Adventures in Hi-fi



"New Adventures in Hi-fi" (1996), decimo album dei R.E.M., è un diario di viaggio. Contiene avventure di varia natura, racconti di eccessi, delusioni. Le storie raccontate in note e musica librano nell'aria, nei vari soundcheck in giro per gli Stati Uniti (Athens, Seattle, Los Angeles). Il movimento, il continuo cambiamento è percepibile su disco, qualsiasi luogo sia destinato all'ascolto dell'album si trasforma in macchina del tempo. Non ha importanza dove vi troviate, qualunque coordinata spazio-temporale perde di significato, di fronte a un'opera così fortemente coinvolgente. Appena parte il primo brano, il mondo sembra fermarsi, è solo illusione, una delle tante, narrate dalla voce Stipe, tra ballate malinconiche e brani dal tiro potente, ricordanti a tratti lo stile del precedente "Monster". Il cantato di Stipe ritorna in primo piano, la narrazione è in prima persona e permette all' ascoltatore di identificarsi con i vari protagonisti dei brani: il lebbroso, invitato in una trasmissione televisione e dimenticato in un angolo ("New test Leper"), la rockstar glam  persa nei  vecchi sogni di gloria ("The Wake up- bomb"), Binky, lo zerbino, personaggio ispirato al film "Shakes the Clown" ("Binky the Doormat"). Il concetto fondante dell'album è il viaggio come fuga dalle illusioni e crisi emotive, tale idea è particolarmente evidente in "Leave", "Departure", "So fast, so numb", "Low Desert", ma  questa incertezza di fondo permea tutto il disco. How the west was won and where it got us incarna le false speranze della civilizzazione occidentale, Undertow descrive la disperazione più bieca, E-bow the letter raccoglie un ipotetico flusso epistolario tra due persone, nel brano la voce del destinatario è impersonata dalla poetessa del rock Patti Smith, Bittersweet me e Be mine parlano del nobile del sentimento dell'amore  da due prospettive diverse: la prima fotografa la fine di una passione , la seconda l'assurdità di un innamoramento folle. Ogni emozione è un dubbio, che vaga a suon di note tra deserti sperduti e le luci di Hollywood ("Electrolite"). Un affresco della vita americana post-moderna involontario, ma perfetto nella sua ingenuità. Da riascoltare.




Prossimamente su The Wave Lenght

sabato 12 novembre 2011

R.E.M. - Monster





Con “Automatic for the People” (1992)  i  R.E.M.  raggiungono la maturità. E si sa, quando  con un disco si raggiunge l’apice della creatività  diventa ancora più duro rientrare in studio di registrazione. I R.E.M. non fanno eccezione. Nel periodo post-Automatic Michael Stipe soffre del blocco dello scrittore, il destino incombe infausto sul gruppo: il 31 Ottobre 1993 muore  l’attore River Phoenix (“Belli e Dannati”, “Stand by me”),  carissimo amico di Stipe. A fatica il gruppo incomincia a lavorare ed un nuovo lutto colpisce la band, muore Kurt Cobain (Nirvana) e come se non bastasse per un brevissimo periodo Mike Mills finisce in ospedale. ”Monster” non nasce certo sotto i migliori auspici. Il risultato è un disco fosco, caratterizzato dall’ombra incombente di ossessioni, squilibri, relazioni sentimentali  dalla logica perversa. Le atmosfere criptiche descritte nei testi trovano forma nella musica, in un rock acido, veste nuova per il gruppo. I R.E.M. realizzano il tanto annunciato disco rock, arriva inaspettato sulla scia della moda grunge, ma non è una pallida imitazione di stilemi abusati o stantii, Stipe e compagni non fanno l’occhiolino interessato a certe sonorità, anche se ne sono evidentemente influenzati: non a caso,Thurstoon Moore, leader dei Sonic Youth, partecipa come seconda chitarra in Crush with eyeliner. Per la prima volta nella discografia della band la voce di Stipe passa in secondo piano per lasciare spazio alla chitarra di Buck. A tratti il cantato di Stipe è quasi irriconoscibile, robotico in King of Comedy, in falsetto in Tongue.Le parole sono sovrastate da riverberi sonori, dopo anni Buck si è finalmente deciso a rispolverare l’amplificatore. L’ora suprema è giunta,  il suono di insieme è poco curato, rozzo e asciutto (Crush with eyeliner, Took your name, Circus Envy, King of Comedy), quasi un disco hard rock, chi se lo sarebbe mai aspettato dai R.E.M. Questa nuovo approccio della band  destabilizza i detrattori e sorprende in positivo ed in negativo i fan della prima ora, delude chi si aspettava un nuovo Automatic for the people, incontra i pareri favorevoli di chi desiderava da tempo ascoltare i R.E.M.  in chiave rock. Ma il passato non si scorda facilmente, non si cancellano quattordici anni di carriera in un minuto, ed ecco che compaiono  canzoni in perfetto stile R.E.M. :Strange Currencies, I don’t sleep, I dream. In  conclusione del disco non manca poi una dedica all’amico Cobain, Let me in, un brano struggente, che unisce musica e testo: il muro del suono riproduce metaforicamente quella barriera fisico-mentale in cui si è rinchiuso Cobain. Stipe ha cercato di entrare nell’universo del cantante dei Nirvana, ma non ci è riuscito, Let me in testimonia questo fallimento. Infine una citazione speciale per You, ultimo brano e perfetta sintesi dei nuovi R.E.M., in bilico tra l’armonia vocale di Stipe, unica nella storia del rock, e il forte ridimensionamento del ruolo delle chitarre.

Streaming





Prossimamente su The  Wave Lenght

venerdì 11 novembre 2011

This is pop: Xtc in dieci canzoni

Sfrutto l'occasione propizia, il compleanno di Andy Patridge (membro fondatore degli Xtc) per dedicare un post, e nella fattispecie una playlist agli Xtc, cosa che non avevo ancora fatto. Gli Xtc non hanno bisogno di presentazioni, sono una delle migliori band britanniche degli ultimi trent'anni di musica. Patridge, insieme a Colin Moulding (altro membro fondatore del gruppo) con abilità fuori dai  canoni commerciali, è riuscito ad andare oltre le solite catalogazioni (new wave, post-punk) ed a comporre perfetti brani pop, che non stancano mai.









































giovedì 10 novembre 2011

Beat Happening- Beat Happening



I Beat Happening sono la semplicità fatta musica. Ogni dettaglio è un po' naif ed è giusto che sia così. La band prende forma ad Olympia, Washington nel 1983 da un'idea di Calvin Johnson, fondatore della K records e redattore della fanzine Sub pop (poi nota etichetta discografica indipendente). In un primo momento a Johnson si uniscono Heather Lewis e Laura Carter. Successivamente entra nel gruppo Bret Lunsford in sostituzione della Carter. L'obiettivo è chiaro fin dall'inizio, fare di testa propria,  alla ricerca di una via personale  scanzonata e fuori dagli schemi del music business, all'insegna del "do it yourself". 

Nessun ruolo è predefinito, i componenti si scambiano strumenti e funzioni, e sembrano divertirsi da matti, alla faccia nostra che stiamo ancora discutendo tra mille paranoie mentali la questione annosa e noiosa "tecnicismo o minimalismo". Agli inizi il terzetto frequenta esclusivamente i caffè locali e luoghi universitari, dopo la prima registrazione autoprodotta "Beat Happening" (1984) si trasferisce a Tokyo e registra una seconda produzione "Three Tea Breakfast". 
Nel 1985 arriva il momento del grande passo, esce l'omonimo album di debutto prodotto da uno dei pilastri della scena underground, Greg Sage dei Wipers.
Più che un disco, un manifesto di leggerezza  dell'essere e spensieratezza. Canzoni brevi, tra i due- tre minuti, basate essenzialmente su voce, percussioni e chitarra, mostrano il fascino nascosto di tre accordi. Le capacità intuitive di Johnson scacciano via il fantasma della banalità in un soffio. Il risultato finale prevede nove composizioni (alcune solo voce e percussioni come "In love with you thing"), poesie pop della genuinità e del divertimento. La forza della band è racchiusa nella differenza tra semplicità e semplicismo. L'immediatezza di una sensazione è nell'abilità della sintesi, tre parole, una voce e una melodia coinvolgente. E avrete "il sorprendente  esordio dei Beat Happening".






Links:
Beat Happening con Bonus tracks

domenica 6 novembre 2011

Le canzoni smarrite pt.2 : Domenico Modugno - Questa è la facciata B


"Questa è la facciata B", come si evince dal titolo è il lato B del singolo "Come Stai"(presentato alla ventunesima edizione del Festival di Sanremo nel Febbraio 1971). Per i fan, ma in particolare per i non fan il brano si dimostra una piacevole sorpresa. Un Modugno inedito, sperimentatore ed ironico, si cimenta in un inframezzo strumentale, quasi un divertissement con i musicisti della sua band. Una provocazione dal tono scherzoso, Modugno gioca sul destino infausto dei lati b, spesso oscurati dal successo del lato A. L'urlatore più famoso d'Italia si diverte a canzonare i suoi ascoltatori. L'intento dell'esperimento risulta chiaro nelle poche, ma calzanti parole pronunciate da Modugno durante il brano: "Dunque ragazzi, dato che voi la facciata B del disco di Sanremo non l'ascoltate, io la canzone non l'ho fatta [...]Che resti  fra noi ragazzi, ma questa è la facciata B". Fino a qualche ora fa non la conoscevo, ma "Questa è la facciata B" entra prepotentemente, subito dopo "Vecchio Frack"  tra i miei brani preferiti di Modugno. Mi ha lasciato di sasso, e cosa ben più importante mi ha strappato un sorriso.


martedì 1 novembre 2011

French touch: Air- Moon Safari

Piccola premessa: mi scuso con i lettori per l'eliminazione del post su "Moon safari" (causa violazione di copyright). Per fortuna l'avevo salvato nel mio pc e lo riposto per chi se lo fosse perso.








Artista : Air
Titolo : Moon Safari
Genere :Downtempo, Ambient Pop, French pop
Anno :1998

Nel 1998 due generi musicali  bisastrati come l'elettronica e il pop ritrovano il massimo splendore grazie a due musicisti francesi, Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, meglio conosciuti con l'acronimo AIR (Amour, Imagination, Rêve), in ricordo del grande architetto svizzero Le Corbusier, omaggiato con il singolo d'esordio "Modulor Mix" (1995).



La passione del duo per Le Corbusier è presto spiegata, Nicolas Godin è laureato in architettura e profondo ammiratore delle opere urbanistiche di Le Corbusier. La perfezione spaziale incontra poi il razionalismo dei numeri: sulla via di Godin capita, quasi per caso, Jean-Benoît Dunckel, professore di matematica, ex-studente di musica classica al Conservatorio di Parigi e musicista nella band indie-pop Orange nel tempo libero.Il dj Alex Gopher, membro degli Orange, introduce Godin nella line-up del gruppo, poco dopo Gopher abbandona il progetto, Godin e Dunckel continuano e nel 1995 diventano gli AIR.Tra il 1995 e il 1997 escono i primi singoli, "Modulor Mix", "Casanova 70", "Le Soleil est près de moi" e nel 1998 viene pubblicato l'album di debutto "Moon Safari", disco destinato a cambiare il futuro della musica.Le terribili tastierine pop anni ottanta sono solo un brutto ricordo, Godin e Dunckel ritornano al vecchio e caro suono analogico, niente campionamenti, solo l'immenso piacere di suonare e catturare l'armonia dell'attimo.Nel disco coesistono anime diverse, la sinteticità emozionale dei Kraftwerk, l'attitudine classicista negli arrangiamenti, il gusto per le melodie pop, riunite però sotto un minimo comune denominatore l'istantaneità, che non ha niente cui spartire la spontaneità.Le atmosfere sonore percorse dagli AIR sono frutto della ricerca e della sperimentazione, prive di una qualsivoglia superficialità.Godin e Dunckel fotografano l'istante immaginario, il punto ideale del piacere, ne vengono assorti  e catturati dimenticando luogo e tempo come piccoli pesci in un acquario. "Quando sei nel liquido amniotico non hai nessuna consapevolezza del tempo, nè di dove sei.È così quando componiamo in studio" ha affermato lo stesso Dunckel.Gli echi sulfurei di vocoder, le vibrazioni radiose del Moog e Wurlitzer si elevano come nebbia nell'aria, ad sublimare eleganti armonie da mille una notte, un sogno, tra le stelle e la luna, accende il fuoco ardente della scoperta per un mondo nuovo, che ci era sfuggito, anche se era sotto i nostri occhi, come la bellezza della Luna che ogni sera  sorge in cielo.

domenica 30 ottobre 2011

Smells like the 00's



Dopo il successo di "Smeels like the 90's" con tanto di vittoria (grazie a tutti quelli che mi hanno votato). Non potevo esimermi da stilare una playlist con il meglio degli anni zero. Un'occasione piacevole per tuffarsi nel mare sempre blu dei ricordi e  rivivere lo spirito del nuovo millennio, tra revival anni settanta ed ottanta, post-rock e la consacrazione di numerosi artisti della scena indie. Se vi ritrovate nelle mie scelte, a breve potrete votarmi sul blog It's only rock'n'roll.








Qui la playlist completa

venerdì 28 ottobre 2011

Angeli caduti in volo : The Exploding Hearts


Si può suonare anni settanta negli anni duemila senza  risultare pedissequi e banali? Certo che sì, gli Exploding Hearts, quartetto power-pop/ punk di Portland (Oregon) lo fanno con stile. Vien quasi da chiedersi se dietro il bassista Matt "Lock" Fitzgerald, il batterista Jeremy "Kid Killer" Gage, il cantante/ chitarrista Adam "Baby" Cox o il chitarrista Terry Six si nasconda la mano fantasma di qualche vecchio musicista power pop, tale è l'assonanza con sonorità simili ad Undertones, Vibrators, Only Ones, Nerves. Il gruppo statunitense si forma ufficialmente nel 2001 e all'inizio prevede in line-up altri due membri: il tastierista "King" Louie Bankston e il bassista Jim Evans. Per due anni la band si dedica a un'estenuante attività live. Nella primavera 2003 esce l'album di debutto "Guitar Romantic" sulla Dirtnap records, etichetta indipendente di Seattle. Subito dopo l'uscita del disco si crea un forte seguito di fan (in particolare nella West Coast) e il gruppo finisce in copertina su numerose riviste e fanzine come la prestigiosa Maximum Rocknroll.
Non è difficile farsi catturare nella morsa dei "cuori esplosivi", gli ingredienti sono semplici, ma micidiali, un tocco leggiadro di power pop vecchia scuola, sfacciato ed esuberante e una vena punk sbarazzina e disimpegnata.
L'album contiene  dieci brani semplici ed orecchiabili dalla  presa immediata, nuovi classici da ascoltare a palla e suonare in ricordo dei magnifici seventies. Di fronte alla band si prospetta un futuro roseo, un probabile contratto discografico con la storica Lookout Records e un tour nazionale. Il destino infrange i sogni di questi giovani punkettari :il 20 Luglio 2003 il tour bus, di ritorno da un concerto a San Francisco, va fuori strada, Gage, Cox e Fitzgerald muoiono sul colpo. Six si salva con  ferite minori. Nell'autunno 2006 la Dirtnap pubblica "Shattered" compilation che raccoglie brani inediti e versioni alternative o live di canzoni contenute nell'album d'esordio. La speranza ha lasciato spazio alla delusione per una storia che poteva finire diversamente.










Links:
Guitar romantic
Shattered
Intervista

lunedì 24 ottobre 2011

Grown Up, Fucked Up : Jay Reatard

Jay Reatard (1980- 2010) è stato una delle ultime incarnazioni dello spirito rock'n'roll. Parlo al passato, vorrei parlare al presente, ma potrei generare confusione. Jay Reatard, vero nome Jimmy Lee Lindsey Jr. era un ragazzo come non se ne vedono tanti. Se ne fregava altamente delle stupide formalità e apparenze, andava dritto al nocciolo della questione: la musica, con una decisa predilizione per il fuoco sacrale del garage rock. La fiamma della passione scoppiò con i Nirvana tra i 15- 17 anni, cominciò a scrivere canzoni per sfuggire ai problemi della quotidianità ( familiari e scolastici). La direzione musicale di Reatard subì una prima svolta verso il garage quando il giovane Jimmy vide gli Oblivians di Memphis aprire il concerto dei Rocket from the Crypt. Reatard cercò di creare qualcosa di simile e fondò i Reatards, all'inizio one-man band formata esclusivamente da Lindsey alle prese con  canto, chitarra e percussioni (un secchio e un legnetto). Eric Friedl, alias Eric Oblivian degli Oblivians, piacevolmente impressionato dalle prime registrazioni del giovane diciassettenne, offrì a Lindsey di pubblicare un disco sulla sua etichetta, la Goner Records. Nel 1998 esce il primo ep "Get Real Stupid" sotto il nome Reatards e Lindsey adotta il nickname d'arte Jay Reatard.
Lo stesso anno compare il primo full lenght dei Reatards "Teenage Hate", a Jay Reatard per l'occasione si uniscono Steve Albundy (basso) e Elvis Wong Reatard (batteria).
Il disco è un concentrato esplosivo di garage al fulmicotone con forti venature punk. I Reatards, estranei a formalismi e manierismi, producono un album istantaneo e istintivo, con il gusto di fotografare la furia adoloscenziale. Rabbia e follia si incrociano alla perfezione, ne esce un ritratto grezzo e disadorno della realtà quotidiana circostante.


Nel 1999 segue il secondo album "Grown up, Fucked up", degna prosecuzione del debutto. Se è possibile, i Reatards spingono ancora di più sull'acceleratore, il risultato è una raccolta di sedici brani tiratissimi, capaci di  trascinare e scuotere come uno straccio l'ascoltatore. 


Nel 2000 Jay Reatard con la fidanzata Alicja Trout (tastiere e chitarra) e  Rich Crook (batteria) forma il side-project "Lost sounds", dedito a sonorità synth-punk. Influenzati da band come Screamers, i Lost Sounds pubblicano ben quattro album ("Memphis is dead", "Black-Wave", "Rat's Brains and Microchips", "Lost Sounds") tra il 2001 e 2004, nel 2005 si sciolgono. In contemporanea ai Lost Sounds ed altri progetti vari  che vedono Reatard molto impegnato (the Bad Times, the Final Solutions e Angry Angels), prosegue, anche se a rilento, la carriera dei Reatards, escono vari ep ("Reatards", "Monster Child", "Plastic Surgery"). Per un breve periodo la band si scioglie, Reatard la riforma e nel 2005 esce l'ultimo album del gruppo "Not fucked enough". 

Nel 2006  Jay Reatard intraprende la carriera solista con l'uscita su Goner Records del singolo "Hammer  I miss you", su la In The red segue l'album di debutto "Blood Visions". Non manca l'inconfondibile impronta garage degli esordi, ma in questo caso il suono d'insieme si arricchisce di un tocco pop che ricorda la migliore tradizione power pop. Nel seguente ed ultimo album solista di Reatard "Watch me fall" (2009) la vena pop è ancora più accentuata. Nel Gennaio 2010 Reatard viene ritrovato morto nella sua casa a Memphis. Si spegne, inaspettatamente, una fiamma del rock'n'roll. Sarà difficile bruciare senza le vampate di fuoco di Rock'n'roll di Jay.




Links:
Discografia Reatards
Discografia Lost sounds
Discografia Jay Reatard