giovedì 30 giugno 2011

Dr. Hooker -The Truth


Artista: Dr. Hooker
Titolo: The Truth
Genere:Psichedelia
Anno:1972


Tracklist:
1.The Sea
2.Fall in Love
3.A Stranger's Smile
4.Weather Girl
5.This Thing
6.Forge Your Own Chains
7.I'm Leaving You
8.The Truth
9.The Bible
10.Falling Asleep


"The Truth", auto-produzione di Dr. Hooker, registrata nel 1972 e pubblicata qualche anno più tardi, è un fulgido esempio di creatività e genialità tardo psichedelica.Il disco non so dove sia stato concepito. Non mi stupirei affatto se un giorno scoprissi che Dr Hooker e band si sono rifugiati come "eremiti della musica" nel deserto o in un immenso bosco, non per fare gli alternativi da strapazzo, non ne avevano bisogno, semplicemente per raggiungere, o almeno provarci, una propria dimensione musicale e oserei in alcuni casi mistica, data la forte religiosità di Dr. Hooker, dichiaratamente cristiano. Cristianità richiamata dalla copertina, con un Hooker simile nella fisionomia a Cristo e anche dal titolo ispirato presumibilmente a un approccio evangelico: "The Truth" ricorda la verità professata del vangelo. Profetiche sono senza ombra di dubbio la title track " The Truth", "The Bible", i riferimenti alla religione si infittiscono. Anche se non è corretto parlare di religione, non renderebbe l'idea. Non so voi, ma quando penso alla religione, ho una visione dogmatica, propria delle religioni positiviste. Nel caso di Dr. Hooker, le allusioni alla religione, sono da intendere in chiave illuminista/deista, propensa per una religione naturale avulsa da  dottrinarismi. Con Dr. Hooker la psichedelia sale di livello, in quante non è solo teoria, ma pratica.Non solo parole, ma azione. La musica astratta si concretizza nella nostra mente fino a farci vivere una realtà a noi estranea, fino a qualche minuto prima. Note in continuo movimento riflettono come specchi negli occhi di un bambino il dilemma interiore di Hooker, evidente in "I'm leaving you" e "Forge your own chains". Le trame sonore contorte, fumose, evanescenti, dispersive delineano il percorso tortuoso della vita.Hooker si interroga sull'essenza di quest'utlima. Chiarificatore a riguardo è il messaggio all' incontrario contenuto in "Falling asleep": "Life is a mystery, of course it's true. Look for the answer, recorded clues". La vita è un mistero, alla ricerca della domanda. Le sicurezze ottenebrano la mente, il senso del dubbio riaccende la fiamma della passione. Dr. Hooker  con la sua psichedelia dal taglio ascetico ci ha risvegliato dall'incubo delle certezze.






mercoledì 29 giugno 2011

Wilco nuovo album in arrivo






La notizia di un nuovo album dei Wilco era nell'aria da qualche settimana.Il titolo previsto da giornalisti e esperti del settore  era "Get Well soon everybody", il lead-singer Jeff  Tweedy, intervistato da una radio americana, l'ha smentito categoricamente, la nuova opera dell'indie rock statunitense si chiamerà "The Whole Love".I primi inediti non spuntano a tardare,Sabato 25 Giugno al Sound Festival (evento ideato dagli stessi Wilco)  il gruppo ha distribuito il probabile primo singolo "I might" e ha suonato due nuovi brani  "Born alone", "Dawned on me".







martedì 28 giugno 2011

Clap Your Hands Say Yeah: 'Same mistake' in free download

Il 12 Settembre esce "Hysterical", terzo album dell'indie-rock band statunitense Clap Your Hands Say Yeah.Il primo singolo "Same Mistake" è disponibile in free download sul sito ufficiale del gruppo.A breve, in Agosto la band farà una serie di concerti per presentare al pubblico il disco in uscita negli Stati Uniti e successivamente in Europa con tappe a Amsterdam, Londra, Parigi, Berlino, Lisbona.In Italia non sono previste date, speriamo che vengano aggiunte presto.Nel frattempo per ingannare l'attesa  potete dare un ascolto a "Same Mistake".



domenica 26 giugno 2011

Debutto in arrivo per Part Time

Il 5 Luglio negli Stati uniti (in Europa non so quando) esce sull' etichetta newyorkese Mexican Summer "What would you say?", debutto di Part Time, progetto synth pop dell'artista di San Francisco, David Speck.Dalle anticipazioni l'album si prospetta un tuffo in piena regola nelle atmosfere anni ottanta.Non il solito  noioso revival tanto di moda negli ultimi anni, ma un eighties style corretto e riveduto secondo le stramberie compositive di Part Time.Nella sua musica si rivive quella sana voglia di divertirsi, quel desiderio matto di strafare che ti prende e non ti lascia più.L'attitudine eighties spensierata è il solo punto di partenza per nuove stramberie targate 2011 di Speck, non il primo scemo fighetto sceso sulla terra,  bensì musicista dalle larghe vedute come dimostra nella playlist redatta per il sito Know Phase.Enjoy!




sabato 25 giugno 2011

The Psycheground Group- Psycheground





Artista: The Psycheground Group
Titolo: Psycheground
Anno: 1970
Genere: Psychedelic Rock, Pogressive Rock, Art rock
Tracklist:
1.Psycheground
2.Easy
3.Traffic
4.Ray 
5.Tube


Negli anni  sessanta in Italia un folto background di band hanno popolato prima le cantine e poi i locali. E ciò non avveniva, come si può pensare, solo nelle grandi città, ma in ogni regione del paese, dal Piemonte alla Sardegna. Un'infinità di gruppi beat sparsi per lo stivale e tanta voglia di suonare, magari una cover degli Animals o degli Yardbirds. Se non credete ai vostri occhi, sul sito Musica & Memoria potete trovare una lista approssimativa dei vari gruppi. Come accennato prima il repertorio dei vari complessi era incentrato principalmente sulle cover di successi inglesi o americani. I rifacimenti delle canzoni, fatti sempre, per carità, con passione, sono a volte ben riusciti, di buon livello e a volte  imbarazzanti tanto il paragone è ingombrante, come nel caso degli Innominati, alle prese con "Light my fire" dei Doors, tradotta in italiano con un titolo improbabile "Prendi il fiammifero". Con il passare degli anni, molti gruppi o singoli artisti abbandonano le sonorità beat, nolenti o volenti. Le strade sono due. La prima è la psichedelia, i primi album psichedelici italiani, come detto in qualche post  fa, escono tra il 1967 e il 1968, tra gli autori della scena italiana, citati  nei post precedenti, Le stelle di Mario Schifano, Chetro & Co, Le Mani pesanti. Il secondo percorso post-beat possibile è il prog rock ispirato ai colossi inglesi, Pink Floyd, Elmp, Genesis. Non c'è bisogna che ve lo dica, questa è la via più praticata. Solo qualche esempio, Le Orme, passano  dal beat di "Ad Gloriam"(1969), al prog di Collage (1971), alcuni componenti della beat band "I quelli" formano la Premiata Forneria Marconi, uno dei più importanti e famosi gruppi prog italiani. Nell'underground si nascondono progetti all'insegna della sperimentazione che fondono questi due mondi, prog e psichedelia, apparentemente distanti. E' il caso dei Blue Phantom (creazione del maestro Armando Sciascia) e dei Psycheground Group . E di quest'ultimi che voglio parlarvi. La line-up della band non è ufficialmente nota, sulla copertina del disco non compaiono i nomi dei componenti, ma ufficiosamente, è quasi certo che dietro il monicker Psycheground group si nasconda il gruppo prog-rock genovese Nuova Idea, all'opera sotto la supervisione del compositore, arrangiatore Gian Piero Reverberi, più tardi produttore di alcuni dischi de Le Orme (quando si dice il caso). Nel panorama musicale la comparsa dei Psycheground, in ambito undeground,  è una toccata e fuga, con un solo album pubblicato nel 1970 per l'etichetta Lupus e successivamente ristampato su vinile in edizione limitata (circa 500 copie) per la Cinedelic nel 2008 e su cd per la AMS/BTF (sempre in edizione limitata) nel 2009.Una prova  su disco, interamente strumentale.Somma perfetta, dulcis in fondo, dell' atmosfera seventies. In tutte le tracce, cinque per la precisione, si respira una aria malsana, ed è cosa buona e giusta, del tempo che fu e che mai sarà più, tra divagazioni chitarristiche  al limite dell'orgasmo musicale e un profumo di incenso, di quello che ti rimane in testa per ore e ore e annebbia l'olfatto, e non solo quello. Labirinti di libidine strumentistica si inseriscono piacevolmente in fessure di piacere. Arcobaleni di colori lisergici accecano l'ultimo bagliore del lume della ragionevolezza. Non ci vediamo, ma guardiamo dall'alto un mondo tutto nuovo. Diverso, se non migliore.


Recensione pubblicata anche su The Wave Lenght


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venerdì 24 giugno 2011

Intervallo: San Giovanni Bassista-Don't go


Artista: San Giovanni Bassista
Titolo: Don't go
Genere: Italo Disco
Anno:1984


Tracklist:
1.Don't go
2.Summer Sweat
3.Hot Socks


"San Giovanni Bassista" non è uno strano santo, protettore dei bassisti (anche se potrebbe essere e forse lo é), ma una band del ricchissimo entroterra musicale anni ottanta fiorentino. Il gruppo, formato da Claudio Bonaiuti (chitarra e produzione), Regina Coeli (voce), Vulgo Giobatta (basso), Rolando Fabbri (batteria), Maurizio Dami aka Alexander Robotnick, Giancarlo Bigazzi ( collaboratori occasionali), realizza per l’etichetta Materiali Sonori nel 1984 il primo ed unico  ep "Don't go" contenente tre brani, " Don't go","Hot Socks" (prodotte da Arlo Bigazzi) e Summer Sweat (prodotta da Robotnick). Il mini-album rivela notevoli capacità nel comporre un'ottima italo disco da ballare ad alto volume ovunque voi vi troviate, in spiaggia, per strada o nella vostra cameretta se avete avuto tutte le sfortune del mondo e vi ritrovate a piangere sul cuscino mentre fuori piove e  il sole vi ha dato buca. Non disperate, uno spruzzo di electro pop spensierato e danzereccio con qualche spruzzatina fugace di new wave, quasi impercepibile, vi risveglierà dal torpore. Come on, tutti in piedi a muovere il bacino a cantare “Dont’go, please don’t leave me” oppure se non vi( os) gusta, lasciatevi trasportare dalle frasi sensual-spagnoleggianti farneticate dalla cantante in Summer Sweat. E se ancora siete di coccio e rimanete impalati a sedere, l’electro pseudo funk sbarazzino di “Hot socks” vi conquisterà quanto basta per dimenticare per qualche minuto i cattivi pensieri. Un dischetto come Don’t go svaga e diverte alla grande, ma per onestà intellettuale è doveroso ricordare che non ha cambiato e cambierà la storia della musica.Ma una cosa è assodata, vi farà passare uno splendido pomeriggio.



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Jay Reatard inedito


Qualche settimana fa la Goner Records ha ristampato il package di "Teenage Hate" (1998) (formato cd e a richiesta vinile, con compreso l'ep "Fuck Elvis Here's" The Reatards) degli sporchi garage rockers Reatards, capitanati da Jay Reatard.Una buona occasione per recuperare un disco crudo e puro, di quelli da ascoltare per rompere le scatole al mondo.Pitchfork (noto sito di musica) per dare la notizia, ha calcato il lato amacord, pubblicando un video inedito, in cui compare un  Jay Reatard quindicenne in una cialtronissima esibizione live .Un bel modo per ricordare il caro vecchio Jay, morto un annetto e mezzo fa, a causa di un mix fatale  di alcolici e stupefacenti.Se volessi esagerare, ma non ne sono in vena, direi che Jay Reatard è stato l'ultimo eroe del rock'n'roll, scatenando le ire dei puristi, ma vi risparmio questa sparata megagalattica e mi limito a godermi in cuffia i Reatards.Al diavolo il resto.

giovedì 23 giugno 2011

Cheap Trick- In Color


Artista: Cheap Trick
Titolo: In Color
Genere: Power Pop, Classic Rock, Hard Rock
Anno: 1977

Tracklist :
1.Hello There
2.Big Eyes
3.Downed
4.I Want You to Want Me
5.You're All Talk
6.Oh Caroline
7.Clock Strikes Ten
8.Southern Girls
9.Come on, Come on
10.So Good to See You

Volete sapere come suona "In Color", secondo album dei Cheap Trick. Bene, provate a immaginare una sorta di pseudo rock band divertita a mescolare sonorità hard rock alla AC/DC con  melodie pop alla Beatles. Forse starete per vomitare, mi auguro di no.Non c'è motivo di fare gli schizzinosi. Non sto mica parlando di una squallida glam-hard-rock-pop-band anni ottanta, in fissa con la solita canzone da vent'anni per strappare gli urletti delle allora ragazzine ventenni e delle ormai milf quarantenni. Certo, non si può nascondere, anche i Cheap Trick avevano il loro belloccio di turno, il cantante  Robin Zander dalla folta chioma bionda (altro che il caschetto striminzito di Nino D'angelo), ma dietro la zazzera di capelli si nascondeva un tipetto furbo, che insieme ai compagni di viaggio, Rick Nielsen( chitarrista uscito da qualche strano cartone animato), Bun E. Carlos (batterista), Tom Petersson ( bassista), è stato  in grado di trovare la propria cifra stilistica.Pop quanto basta per accattivarsi il pubblico e un pizzico di hard rock per alzare le corna al cielo e sfrecciare sull' Harley-Davidson nuova di zecca sull'autostrada. Cavoli, ho descritto la copertina senza volerlo.Beh, che dire i Cheap trick sono sinceri, ti sbattono la verità su muso senza vedere fumo con copertine psichedeliche o artistiche, fatte per fare figo.Cosa ci si può aspettare da due rockettari su una moto ruggente? Che domande! Una dose genuina di rock ben prodotto e arrangiato, oh yes, all right!"I was made for loving you, you were made for loving me!"Ops, scusate ho sbagliato gruppo. "I want you to want me, I need you to need me". Ecco, ora va meglio. Cribbio, mi ero confusa con la ballatona dei Kiss.Senza troppo giri di parola, mi tolgo il dente (topolino, aspetto i soldi), alla fin dei conti "In Color", è un disco piacevole, senza troppe pretese da finti intellettuali, coniuga con abilità grinta e delicatezza. Se volete formare la vostra band pop-rock dovete partire da questo dischetto o dallo strepitoso live della band al Bundokan, cari miei.











mercoledì 22 giugno 2011

Primo album per Cant

Chi sono, o meglio chi è Cant ? È il progetto solista del bassista dei Grizzly Bear, Chris Taylor.La genesi del progetto risale a due annetti fa, nel 2009, quando Taylor aveva fondato una propria label, Terrible Records. All'epoca avevo fatto uscire sull'etichetta da lui creata un singolo, "Ghosts".Il 12 (negli Stati Uniti) e il 13  (in Europa su etichetta Warp) Settembre uscirà l' album vero e proprio, "Dreams come true".Tra i collaboratori del disco è presente una vecchia conoscenza di Taylor, George Lewis Jr. (Twin Shadow):il bassista dei Grizzly Bear aveva partecipato alla produzione di "Forget", album d'esordio dei Twin Shadow.Questa volta i ruoli si sono invertiti, scopriremo se è un bene o un male solo vivendo.

Tracklist:
Too late, too far
Believe
The Edge
BANG
(brokencollar)
She’s Found a Way Out
Answer
Dreams Come True
Rises Silent
Bericht




martedì 21 giugno 2011

Sweet Smoke- Just a Poke



Artista: Sweet Smoke
Titolo: Just a Poke
Genere: Prog-rock, Jazz
Anno: 1970
Tracklist:
1.Baby Night
2.Silly Sally




La radio sveglia suona, il cellulare squilla.E sono solo le sette di mattina, vorremmo rimanere o ritornare nel calduccio del letto tra il cuscino e lo stereo.Invece no, non possiamo. La scuola o il lavoro ci attende.Sempre di corsa, tra casa, ufficio, azienda.Mai un attimo di pausa.Attaccati all'i-phone, all'mp3, al pc.Giusto un breve affresco della frenesia quotidiana.Ritagliarsi uno spazio di tempo, è un' impresa, quando dovrebbe essere la normalità.Bene, è il caso di trovare due orette di completa tranquillità distesi sull'amaca in giardino o sulla sedia a sdraio in terrazza, con a portata di mano un cocktail rinfrescante, per godersi "Just a Poke" (1970), esordio dei Sweet moke, band prog-rock/ jazz americana trapiantata in Europa, precisamente in Germania.Lontani anni luce dal tradizionale rock made in Usa, i Sweet Smoke sono a metà strada  tra  le atmosfere cosmiche del kraut rock tedesco e il prog sinfonico inglese e italiano, con non di rado, inserti jazz, funk e psichedelici.L'album contiene due brani per un totale di 32 minuti. "Baby Night" e "Silly Sally", per la durata e la complessità, non sono delle  vere e proprie canzoni, piuttosto delle suite di 16 minuti ciascuna, termine "suite", non a caso, usato in ambito prog.In fondo la definizione "prog" è quella che più si addice a questa formazione di Brooklyn, se non fosse che fa terribilmente strano parlare di prog se si tratta di un gruppo fuoriuscito dalla patria del rock'n'roll.Ma non è solo una questione territoriale, come potrebbe sembrare all'apparenza.Difficile incanalare in una corrente ben precisa i flussi di suoni sprigionati dalla strumentazione di Andrew Dershin (basso), Jay Dorfman (percussioni, batteria), Marvin Kovitz( chitarra, voce), Michael Paris (sassofono, voce, percussioni), Steve Rosenstein (chitarra ritmica, voce).Lunghi percorsi tra mari e  monti di vibrazioni ritmiche  e proprio quando sembra giungere la fine, una nuova avventura nel bosco frastagliato di sensazioni, suoni, illusioni comincia.Le pause e intermezzi illudono. Facile perdersi tra cambi di ritmi, direzione e  umore continui.Quello che si potrebbe definire, senza paura di essere banali, un viaggio ad occhi aperti.E i viaggi non si descrivono.Sennò non c'è  più gusto  a farli.






lunedì 20 giugno 2011

Hakkah - There is no reward

Artista: Hakkah
Titolo: There is no reward
Genere: New Wave / Sperimentale
Anno:1986


Tracklist:
1.We're not monkeys
2.Walking by the sea
3.No Way Out
4.Nothing Is Unidentified




Gli Hakkah nascono a Mestre nel 1984, esulano dal concetto di band tradizionale, più vicini a all'idea di progetto multi-trasversale, incentrato sulla sperimentazione musicale e visiva, con la partecipazione di musicisti provenienti da varie realtà (Ruins, Quanah Parker, V.C.O., Black dog, Patchwork). La line-up iniziale è formata da Pierluigi "Pippo" Monaro (basso), Franco Moruzzi (batteria), Bob Brian aka Roberto Noè (chitarra), in seguito si aggiungono Alessandro Pizzin (tastiere) e Alessandro Monti (voce). Quest'ultimo prima che gli Hakkah realizzino il primo ep, lascia il progetto. A parte lo sbandamento iniziale, dovuto al fatto di ritrovarsi senza cantante e paroliere, gli Hakkah decidono di proseguire, anche grazie al sostegno dell'etichetta indie Rockgarage, trovano ben  presto un sostituto, Roberto Paolini (già collaboratore di Noè, Moruzzi, Pizzin nei Patchwork) e registrano, producono il primo ep, “There is no reward”(1986), contenente quattro tracce, "We're not monkeys","Walking by the sea", "No Way out", " Nothing is Unidentified". Come in un qualsiasi disco new-wave il basso è onnipresente, ma "There is no reward" non è  affatto un disco new wave, non riconducibile  ad un unico genere musicale.Tra gli episodi da ricordare, il pop stralunato, sgargiante di "We're not monkeys", la delicatezza danzereccia di "Walking by the sea", adatta per un lento malinconico mano nella mano, come  se a tramonto inoltrato la luna non avesse fatto ancora comparsa nel cielo sul mare, i ritmi funky-hip-hop di "No way put" con tanto di scratch dj, per l'epoca, una novità assoluta in Italia, soprattutto per una rock band, sempre che gli Hakkah possano essere definiti rock.Certamente non lo sono, almeno nel senso più tradizionale e bigotto del termine.I duri e puri della chitarra si vergognerebbero di una canzone  come "Nothing is unidentified" dal mood new romantic. Scelte di stile. C'è chi ripropone gli stessi accordi per trentanni e chi cambia musica ad ogni canzone. Gli Hakkah purtroppo o per fortuna appartengono alla seconda categoria.











sabato 18 giugno 2011

The Lucy Show-...Undone

Artista: The Lucy Show
Titolo: ...Undone
Genere:New wave, Post-punk
Anno:1985


Tracklist:
1.Ephimeral (This is no heaven)
2.Resistance
3.Come back to the living
4.The White space
5.Wipe out
6.The Twister
7.Undone
8.Remain
9.Better on the hard side
10.Remembrances
11.Dream Days


Non ho mai fatto una statistica e non intendo farla.Ma chissà quanti album vengono pubblicati settimanalmente ogni anno. Non si può ascoltare tutto, è logico che bisogna fare delle scelte, scelte dettate dai propri gusti personali.A volte però capita di perdersi qualcosa indipendentemente dalla nostra volontà. Parlo soprattutto ai più giovani(di cui io stessa faccio parte). Mi riferisco alle rarità in vinile, mai ristampate in cd."...Undone"  esordio dei Lucy Show, fino a qualche anno fa era una di queste: pubblicato a suo tempo, nel lontano 1985, non era mai stato ristampato. Per fortuna, con immensa gioia di tutti gli amanti delle sonorità anni ottanta, nel 2009 la Words Music Records ha pensato bene di realizzare un formato cd dell'album. Ed ne è valsa decisamente la pena, riportare alla luce una delle piccole gemme perdute della new wave. I Lucy Show, in attività tra il 1983- 1989, fanno parte della compagine sfortunata della new wave londinese.Gruppi dal buon livello compositivo e in alcuni casi ottimo (The Sound) con una carriera travagliata e sofferta, lontani dai riflettori importanti, in ombra rispetto alla scuola di Liverpool (Echo & the Bunnymen,Teardrop explodes). Continui cambi di etichetta caratterizzano la storia dei Lucy Show, prima licenziati dalla A & M Records e poi scaricati dalla Big Time Records. Qualche sprazzo di successo non manca, seppur effimero, come lo è il passaggio in heavy rotation su Mtv del video " A million things ", singolo estratto dal secondo album "Mania", più fortunato del primo, dal punto di vista delle vendite. Ma  il piccolo capolavoro della band è il disco d'esordio "...Undone", a cui accennavo prima.Sebbene non tutti i brani siano completamente riusciti, per colpa di un'inquadratura o una luce sbagliata, in ogni canzone è impossibile non individuare  la sottile linea melodica sempre presente, in primo piano o sullo sfondo. Richiami alla dark wave, a volte  impliciti  ed altre espliciti, come nella "cureiana" The White Space e un'inevitabile strizzata d'occhio al college rock (Remembrances). Direi che la metafora più azzeccata per descrivere un disco "...Undone", è pensare al mondo della fotografia e pittura impressionista, sviluppatosi nella seconda metà dell' ottocento. Una foto o qualsiasi quadro di Monet (il primo pittore impressionista che mi è venuto in mente) raffigurano un paesaggio o un fotogramma di vita, con la prerogativa di trasmettere attraverso  mille sfumature, combinazioni infinite tra colori opposti, un punto di vista sul mondo, giusto o sbagliato che sia.Lo stesso, con le giuste proporzioni del caso,  fanno i Lucy Show in musica, chitarra, basso, batteria e in qualche caso tastiere, si muovono come pennelli su una tavoletta pittorica per esprimere un sentimento comune a tanti ragazzi, la malinconia dell'inquieto vivere.


giovedì 16 giugno 2011

Bright eyes, nuovo ep in arrivo


Il prossimo 4 Luglio verrà pubblicato in edizione limitata, circa1000 copie, "Live Recordings", ep live di Bright eyes, in contemporanea con l'uscita di "Jenuine Stars", nuovo singolo estratto dall'ultimo album "The People's Key".L'ep comprende canzoni registrate durante il tour in corso dell'artista.

Tracklist:
'Firewall'
'Shell Games'
'Ladder Song'
'Arc Of Time'
'Bowl Of Oranges'
'Lover I Don't Have To Love'




Regia di Lance Acord ( direttore della fotografia affermato, fra i film a cui ha collaborato, "Marie Antoniette", "Lost in Traslation ",  "Essere John Malkovich", "The Dangerous Life of Altar Boys").

mercoledì 15 giugno 2011

Theatre of Sheep-Quiet Crusade



Artista: Theatre of Sheep
Titolo: Quiet Crusade
Genere: New Wave, Post-punk
Anno:1983
Tracklist:
1.Like Wild Young Things
2.Annalisa
3.Glamour (I wanna be Lovelee)
4.Love is never sane

"Quiet Crusade" (1983) , primo ed unico ep dei Theatre of Sheep, è l'inizio di qualcosa che avrebbe potuto essere grandioso. E non lo è stato. I presupposti per una grande carriera c'erano tutti. E' il 1980, un gruppo di ragazzi di Portland, Oregon. Rozz Rezabek Wright (voce), Leslie Arbuthnot ( tastiere), Jimi Haskett (chitarra), Jim Wallace (basso), Brian Wassman (batteria) decidono di formare una band, senza manie di protagonismo, con l'unico obiettivo di divertirsi tra amici nei locali. Risultato raggiunto, un'estenuante attività live li vede protagonisti nella costa ovest, ma non solo: dai concerti in piccolo allo Starry Night Club, al Pine Street Theatre, a diventare gruppo supporter per artisti del calibro di  Iggy Pop, Gang of four, Modern English, il passo è breve. "Quiet Crusade" ne è la prova su disco del talento dei Theatre Sheep. Un gruppo dalle mille sfaccettature. Il lato spensierato della college rock band nell'intro di Like Wild Young Things e Glamour , l'animo dark malinconico da new waver  in Annalisa e Love is never sane. Le corde della chitarra pizzicano l'umore dell'ascoltatore, variabile come l'espressività vocale di Rozz Rezabek. A tratti romanticamente triste, a tratti gioiosa. La delusione per un amore non corrisposto e la speranza per una nuova fiamma di luce nel buio della disperazione, tutto questo  in  una unica ondata di suoni, travolgente e sconvolgente. Non per molto però, nel 1984 i Theatre of Sheep si sciolgono. Per ritornare insieme saltuariamente per qualche show negli anni novanta e nel 2007 per lanciare la raccolta "Old Flames".


Intervista ( in inglese) a Rozz Rezabek qui








martedì 14 giugno 2011

Neon- Tapes of Darkness


Artista: Neon
Titolo: Tapes of Darkness
Genere: Dark Wave/ Elettronica
Anno: 1981


Tracklist:
1.Boxes
2.Spiders
3.Drivin'
4.Lobotomy

Firenze, fine anni settanta, inizio anni ottanta, qualcosa comincia a muoversi nell'underground locale. Nel 1979 cominciano a fare i primi passi i Neon (di Marcello Michelotti), che insieme a Diaframma, Litfiba scriveranno la storia della new wave fiorentina prima e poi della new wave italiana. Se Diaframma e Litfiba (almeno agli inizi) sono proiettati verso sonorità che ricordano a vista d'occhio la new wave inglese, i Neon fondono un gusto tipicamente post-punk/ dark wave con uno spirito elettronico, avanguardistico, figlio dei tedeschi Daf o dei filo dadaisti Cabaret Voltaire. Nel 1979  i Neon incidono il primo singolo "Information of death" (1979), prodotto da Controradio (emittente radiofonica fiorentina,che esiste ancora oggi). Questa prima produzione presenta  una forte impronta elettronica, solo synths e voce, e quel fascino grezzo e scarno del post-punk. Nel 1981 registrano il primo EP "Tapes of Darkness" su Italian Records. L'uso dei synths è ancora massiccio, ma affiancato abilmente dalla batteria martellante e minimale, suonata da Gianni Cuoghi e Renzo Franchi ("Drivin"). Da notare, con piacere, è l'aggiunta di un chitarrista, Adriano Primadei, un contributo importante per la ruvidità, potenza, lucidità delle onde sonore, influenzate  dalla conturbante vena electro dark richiamata dalla voce tenebrosa di Michelotti, in pieno stile Bauhaus. E se non bastasse, la trovata mirabolante, di inserire su Lobotomy il guitar synth, sintetizzatore musicale predisposto per essere controllato da una chitarra, che rafforza l’effetto contaminazione tra post-punk e sperimentazione sintetica, già presente, anche se in maniera minore, nei primi due brani di apertura, Boxes e Spiders. Un buon compromesso tra retroguardia e avanguardia: passato, presente e futuro.


lunedì 13 giugno 2011

Ora e sempre Demetrio



32 anni fa, il 13 Giugno 1979 Demetrio Stratos, voce straordinaria dei Ribelli e poi Area, nonché sperimentatore, ricercatore musicale a tutto tondo, muore per un collasso cardo-circolatorio, conseguenza della leucemia, con cui combatteva da tempo.Non voglio dilungarmi troppo, in parole inutili e banali, è sufficiente ascoltare le sue potenti doti canore ed ammirare la maestria nel gestire questo prezioso dono e l'abilità, l'intelligenza, la passione viscerale con cui, quasi come un bambino, si divertiva a giocarci.La storia in breve, in due frasi.Stratos, prima sconvolge  il mondo beat,  e in primis, il complesso dei Ribelli, che con l'apporto di Stratos, si trasforma da band di secondo piano del Clan Celentano, a uno dei nomi più importanti e di successo del beat italiano con un contratto per la Ricordi.Conclusasi l'esperienza beat, non pago, Stratos forma nel 1972 gli Area, una delle formazioni di punta del prog-rock italiano e una fra le più aperte all'avanguardia jazz e alla musica etnica.Direi che non occorre aggiungere altro.E'  il caso di lasciare spazio alla musica.Perché se è vero che il corpo muore, la voce non muore mai.






domenica 12 giugno 2011

The Litter- Distortions

Artista: The Litter
Titolo: Distortions
Genere: Garage rock, Psychedelic rock
Anno: 1967


The Litter, band del sottobosco garage rock americano anni sessanta, formatasi dall' incrocio tra The Tabs (Denny Waite, Jim Kane) e The Victors (Dan Rinaldi, Bill Strandlof), esordisce con "Distortions" (1967). Un album, senza ombra di dubbio, all'insegna della tradizione rock'n'roll, non di certo alla ricerca di un'improbabile originalità.Gli inediti presenti su disco, solo tre , "Action Woman", "Soul searchin", "The Mummy", non sfigurano al fianco di cover di  classici della british invasion , "Substitute", "A legal Matter" (The Who), "I'm a man"( The Yardbirds), "Whatcha Gonna Do About It?" (Small Faces), "Somebody help me" (Spencer Davis Group), "Rack My Mind" (The Yardbirds), "Codine" ( Buffy Sainte-Marie).Sia ben chiaro i Litter non inventano niente, penso non si possa affermare il contrario, è evidente che la loro proposta musicale è legata all'ondata british dei primi anni sessanta, e difficilmente si  allontana da certe sonorità.Ma ciò che conta davvero, è la classe e lo stile di questo quartetto garage.Dall'inizio alla fine di Distortions si divertono a rockeggiare.Senza sembrare la copia di nessuno, seppur  suonino i brani di altri artisti.Non è da tutti.Per carità, dalla mia descrizione, potrebbero sembrare dei bravi amanuensi del rock e niente più.Non è la definizione più azzeccata.Con tutta la buona volontà, non ho mai sentito turnisti o membri di tribute band con una capacità interpretativa simile o minimamente comparabile a quella dei Litter.La marcia in più, per i garager di Minneapolis, è l'abilità nel trasformare, ma non deformare l'anima di una canzone, perfettamente intatta nonostante qualche piccolo stravolgimento come in Codine, da canzone folk-rock a brano garage psichedelico.Non si tratta di copie, ma canzoni quasi ex novo, non tanto nella struttura canzone,quanto nell'atmosfera, nell'energia sprigionata.La convinzione esecutiva fa il resto, rendendo degno di un ascolto e forse qualcuno in più, Distortions.Se amate il garage, non ve ne pentirete.



Tracklist:
1.Action Woman
2.Watcha gonna do about it
3.Codine
4.Somebody help me
5.Substitute
6.The Mummy
7.I'm so glad
8.A legal matter
9.Rack my mind
10.Soul searchin'
11.I'm a man


Recensione pubblicata anche sui The Wave Lenght


sabato 11 giugno 2011

Sono solo canzonette pt.2 : I Jaguars - Il treno della morte


Dopo tanto tempo riprende la rubrica "Sono solo canzonette". In tema con gli ultimi post parlerò di uno dei migliori brani della psichedelia italiana, "Il treno della morte" (1966) del gruppo beat romano, i Jaguars. Non l'ho scelta a caso. Considero la canzone, convincente da un punto di vista meramente musicale e profonda, intensa sotto il profilo del testo, scritto dal chitarrista dei Jaguars Silvio Settimi (e non da Cristaudo Alfredo, collaboratore della  casa discografica CDB di Carmine De Benedectis ). Il brano è una cover non dichiarata di  "Russian Spy and I", successo del gruppo olandese Hunters. Il testo originale, ad opera del musicista olandese Jan Hackermann, racconta un tipico espediente da guerra fredda, con tanto di love story e l'immancabile  seducente spia russa del gentil sesso. Il testo scritto da Settimi dei Jaguars, pur prendendo spunto dall'immaginario russo suggerito dalla musica originale, si distacca dai soliti luoghi comuni di guerra, per accendere i toni della protesta e descrivere un ipotetico incontro tra un capo nomade russo e cosacco e i suoi compagni nella fatidica ora dell'addio. Il vecchio compagno prima dell'abbandono lancia un messaggio di pace e speranza per il futuro, accolto dai seguaci che festeggiano in onore del capo, accedendo un falò e scatenandosi in danze e canti. Da subito, come altre canzoni del tempo, a sfondo pacifista, "Il treno della morte" è soggetto a censure.Clamoroso è l'episodio accaduto durante la messa in onda del programma televisivo "Settevoci", condotto da un giovane Pippo Baudo.Senza avvertire i Jaguars, il conduttore, i curatori del programma e Carmine De Benedectis, manager discografico del gruppo si mettono d'accordo per boicottare l'esibizione del brano. Al momento della diretta parte la base di "Ritornerò in Settembre", spensierata canzone d'amore, con sommo stupore del gruppo, all'oscuro di tutto.Beh, che dire, oggi non farebbe più notizia, ma per l'epoca testo e musica erano qualcosa di scandaloso.

Venite intorno a me
sedetevi perché
il tempo se ne va
il mondo non mi ama
ma cosa può contare
per chi già se ne va
E' passata in fretta questa vita
la fede nella pace è ormai perduta
e per questo dico a voi
che sarete gli occhi miei
portate per insegna una bandiera
celeste come il cielo in primavera
In nome della pace
amatevi perché
l'amore vi salverà
Sta partendo ora il mio treno
il treno della morte non aspetta
e per questo lascio a voi
la mia confessione ormai
ma voi invece di piangere ora andate
gli altri già cominciano a ballare
(ballo russo)
Il mondo ancor vivrà
se l'umanità la pace troverà
Il mondo ancor vivrà
se l'umanità la pace troverà



venerdì 10 giugno 2011

Le Mani Pesanti- Un Dio al Neon/ A proposito dell'amore


Artista: Le Mani Pesanti
Titolo: Un Dio al Neon/ A proposito dell'amore
Genere: Beat, Psychedelic pop
Anno: 1968
Tracklist: 
1.Un Dio al Neon
2.A proposito dell'amore

Le Mani Pesanti, meteore nel panorama psichedelico italiano, incidono un unico 45 giri "Un Dio al Neon/A proposito dell'amore"nel 1968, un anno florido per la psichedelia italiana, che vede la luce di numerose pubblicazioni , tra le altre, "Danze della sera/ Le pietre numerate" (Chetro & Co), "Stereoequipe" (Equipe 84), "E il mondo va / Su una strada" (Le Stelle di Mario Schifano), per fare solo qualche nome. Ritorniamo a Le Mani Pesanti, di loro si sa poco o niente. Luogo di provenienza non pervenuto(?), informazioni sui componenti della line- up non date. Suona molto strano, se si considera il fatto che "Un Dio al Neon/ A proposito dell'amore" è uscito per Ricordi, e non per un casa discografica minore. Un alone di mistero che avvolge anche i compagni beat di etichetta, le Pecore nere, il cui 33 giri "Il nostro punto di vista" lievita su i 300 euro su E-bay. Breve parentesi "Il prezzo è giusto", ed è ora di analizzare i due brani presenti su disco, "Un Dio al Neon", "A proposito dell'amore".Il primo è una critica feroce all'incessante consumismo dell' Italia del miracolo economico e di Carosello (pubblicità televisiva, sponsor delle grandi marche e dei primi magazzini commerciali). Contro l'impoverimento/ banalizzazione  e l'alienazione del lato "persona" e il capitalismo spicciolo da propaganda del "nasci, lavora, produci". Messaggio enfatizzato dal passaggio"non ringraziare  se le catene sono dorate, è solo perché  tu produca di più". Il secondo è un probabile inno flower power all'italiana. Sensibilità pacifista, corrispondenza di amorosi sensi idilliaca, in bilico tra poesia e indole pop psichedelica con l'apporto straordinario del sitar in sottofondo "in ogni cosa ci sei tu, guardo un fiore e vedo te".


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giovedì 9 giugno 2011

Chetro & Co- Danze della sera/ Le pietre numerate

Artista: Chetro & Co
Titolo: Danze della sera/ Le pietre numerate
Genere: Psychedelic Folk, Experimental, Beat
Anno: 1968
Tracklist:
1.Danze della sera
2.Le pietre numerate

Se le Stelle di Mario Schifano sono il gruppo psichedelico italiano per eccellenza, apprezzato dagli appassionati del genere in Italia e all'estero. I Chetro & co, pur con un solo 45 giri pubblicato (poco conosciuto tra i collezionisti stranieri), meritano un posto di rilievo, vicino agli appena citati Stelle di Mario Schifano. I Chetro & co, ovvero, Ettore "Chetro" De Carolis ( chitarra), Gianfranco Coletta (chitarra, voce), più l'aiuto di due musicisti, Gianni Ripani (basso), Gegè Munari (batteria), incidono nel 1968 per l'etichetta Parade il 45 giri "Danze della sera/ Le pietre numerate" con l'appoggio del poeta Pier Paolo Pasolini. Tra gli autori del testo di "Danze della sera" compare infatti oltre a Carolis, Pasolini. Ettore De Carolis  riferisce del suo incontro con Pasolini al musicista / conduttore Luciano Ceri:"Per me fu spontaneo mettere i versi di Pasolini su "Danze della sera", perché proprio in quel periodo amavo molto il suo libro, "L'usignolo della chiesa cattolica", da cui poi sono tratte le parole della canzone. Lo andai a cercare, ci incontrammo, e lui reagì positivamente a questa proposta, non sapeva bene in cosa consistesse la cosa e volle sentire la canzone. Una volta mi ricordo che lo incontrai a Roma in un ristorante, dove lui andava spesso. Noi eravamo di ritorno da un posto dove avevamo suonato, il disco era uscito da poco e cercavamo di farlo sentire in giro, anche in formazione con due sole chitarre acustiche, in posti tipo Folkstudio. E così la facemmo dal vivo, al ristorante, dove lui era con i suoi amici, c'erano Moravia e Laura Betti." Danze della sera, fuori dal concetto classico di canzone, è una suite (come suggerisce il sottotitolo sulla facciata del disco " suite in modo psichedelico") dal retrogusto orientale e dall'atmosfera straniante, quasi surreale, tra il mistico e l'onirico.Continui cambi di ritmo e input immaginifici. Una tragedia greca ai tempi della psichedelia. Sulla poesia di "O vecchia madre tu non devi piangere più/non lavare tutto con il tuo dolore/se piangi ancora un altro figlio devi dare" si inseriscono con fare suggestivo le interferenze tra chitarra e violaccia (strumento, inventato dallo stesso Carolis, ad arco con 6 o 10 corde simile alla ghironda). Viene il dubbio che sia tutto un sogno e non sia vero niente.Ma purtroppo o per fortuna, non è un miraggio. Il lato b dell'LP ,"Le pietre numerate" , ce lo ricorda, è un brano dalla struttura beat, pur sempre con un immancabile vena sperimentale grazie alla presenza preziosa di una sezione di ance doppie  (un oboe, un corno inglese ed un heckelphon). Un 45 giri, che nel corso degli anni, è diventato sempre più raro, apprezzato dagli appassionati e dimenticato dal pubblico generalista. Un destino infausto dovuto in parte alla censura RAI : "Danze della sera" fu bandita dalla programmazione del popolare contenitore radiofonico "Bandiera Gialla" per la frase "Ormai sono quasi nudo per venire a te".